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Cronaca

Milano e Napoli, il nuovo a confronto

NAPOLI (di Maurizio Scialdone) – Milano: zona Porta Nuova, la Corte Verde dell’architetto milanese Cino Zucchi.

La “Corte Verde” è una sorta di cesura tra la zone degli uffici dei grattacieli prossimi alla stazione e quella del centro città da cui si accede attraverso l’arco di Porta Garibaldi. Una specie di oasi verde. Materiali che richiamano la storia ed al tempo stesso la rileggono. La pietra indiana ed il porfido del basamento hanno il compito di tenere ben radicato il complesso al terreno ed alla storia della città, i materiali leggeri delle facciate, il rame perforato, il legno degli infissi ed i metalli verniciati conferiscono all’intero complesso la leggerezza che invece “deve” contrapporsi” al peso della storia. Le facciate sono state progettate in base agli orientamenti ed in funzione dell’esposizione solare, alternando quindi facciate semi-cieche (quella est dei blocchi letto-bagni-scale) , a grandi aperture (facciata ovest soggiorni e grandi terrazzi) che si affacciano sulla corte centrale, al respiro dell’area verde. Insomma, in pieno centro di Milano, la città si apre al nuovo, alle tecnologie ed alle possibilità che queste possono offrire.

Napoli: zona Chiaia, edificio residenziale dell’architetto Gennaro d’Alessandro.

Via ChiaiaL’edificio deve risolvere un incrocio tra due strade, via Bisignano e vico Belledonne a Chiaia. Gli spazi sono decisamente ridotti rispetto all’area di Porta Nuova a Milano. E’ del tutto evidente che la soluzione adottata è figlia di vincoli rigidi dettati dagli uffici tecnici. Protesta lo stesso progettista d’Alessandro dal suo sito: “Napoli, ha bisogno di atti forti […]Costringere un architetto di oggi a progettare come uno del passato è solo una modalità ipocrita per immaginare il futuro di Napoli come un organismo in coma farmacologico” e difatti salta immediatamente all’occhio l’anacronismo del progetto “costretto” a scimmiottare l’edilizia della “Ricostruzione” napoletana.  Una struttura intelaiata (travi e pilastri) costretta a fare finta di essere in muratura portante con una composizione in facciata che non lascia alcun respiro ai materiali nè tanto meno si può avvalere di tecnologie che consentano nuovi linguaggi o rivisitazioni storiche. Dunque niente a che vedere con l’intervento milanese.

I due fabbricati hanno cinque anni di differenza. Quest’è.

Dunque il problema non è la bravura dei progettisti, sono bravi quelli milanesi come lo sono i napoletani. Il problema è nel tentativo inutile di una salvaguardia di centri, come quello di Napoli, che non hanno più alcun sussulto progettuale né alcuna attinenza con la realtà a causa di Piani Urbanistici, Paesistici e di Salvaguardia vecchi e necessariamente da rivedere.

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