Terrorismo, brigate rosse, camorra. Il lato oscuro della Napoli anni ’80
di Luca Salese
Nello scenario di un’Italia ancora spaccata da profonde differenze sociali, disorganizzata, in cui le risorse del dopoguerra sembrano non essere state distribuite equamente — sebbene ai blocchi di partenza tutti fossero schierati sulla stessa linea della povertà di un Paese sventrato — emerge un’Italia apparentemente ricca e democratica, che guardava al passato con un sospiro di sollievo e sembrava muovere i primi passi verso un futuro maturo e di benessere. Forze apparentemente aliene l’una all’altra lavorano, per comunione d’intenti, in sincrono, senza neppure sfiorarsi, almeno inizialmente. Un susseguirsi di avvenimenti episodici e isolati, ma protesi verso ciò che si sarebbe rivelato un sistema concreto e organizzato di relazioni opache.
L’inchiesta di Roberto Saviano, andata in onda su LA7 nei giorni scorsi, ha riportato alla memoria un paragrafo buio della storia di Napoli: una storia, forse, mai davvero arrivata all’epilogo. La cornice è quella di una Napoli degli anni ’80, una città in cui terrorismo politico, criminalità organizzata e potere istituzionale strisciano paralleli per raggiungere lo stesso luogo.
Tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta, Napoli non è soltanto una città violenta: è un territorio in cui l’emergenza diventa metodo, lo Stato arretra o tratta e nuovi poteri criminali si muovono verso il consolidamento. È in questo clima che prendono forma il caso Cirillo, l’ascesa dei clan e, come triste epilogo, l’omicidio del vicequestore Antonio Ammaturo.
Anni Settanta e Ottanta: le commistioni tra criminalità, terrorismo e politica
Tra il 1979 e il 1982 Napoli vive una fase di collasso su sé stessa: come una stella alla fine dei suoi giorni, si contrae fino all’inverosimile per poi esplodere alla velocità della luce. La crisi economica, la disoccupazione strutturale, l’espansione urbana e la distanza crescente tra cittadini e istituzioni generano un malcontento diffuso e crescente. In questo contesto, la promessa di benessere diventa la carta vincente, qualunque sia il mazzo da cui venga estratta. È qui che la violenza si trasforma in strumento di potere, attraverso l’ammiccamento di chi promette il riscatto dalla povertà.
Il terrorismo rosso colpisce lo Stato per delegittimarlo; la criminalità organizzata sfrutta il vuoto creato dalle istituzioni per rafforzarsi; la politica, indebolita, si muove con passo malfermo. Si creano così spazi incolori, spazi che finiscono inevitabilmente per essere riempiti da materia nuova, legittima o illegittima che sia.
Cutolo e Luigi Giuliano
L’eredità dell’antico passato è una camorra “romantica”, rurale, che riempiva i vuoti lasciati da istituzioni non ancora pienamente accettate e condivise, presente dove il nuovo Stato repubblicano non lo era e che paradossalmente cercava di tamponare gli abusi generati dal potere. Un sistema codificato, imperniato su onore, lealtà e decoro e, in un certo qual modo, fondato su una forma distorta di giustizia sociale. Questo era il retaggio.
Ciò che ora si va configurando è l’uso di quel codice a fini diversi: l’onore diventa utilità, la lealtà omertà, il decoro potere, la giustizia violenza. La trasformazione del “picciotto” è completa e pronta ad affrontare le sfide degli anni ’80.
Il canovaccio comune piace a due autori che scriveranno racconti diversi della stessa storia. Il primo è Raffaele Cutolo, fondatore della Nuova Camorra Organizzata. “‘O Professore”, così veniva chiamato, trasforma la camorra in una struttura verticale e ideologica, capace di esercitare potere anche dal carcere, imponendosi come referente su un territorio sempre più vasto, a partire dalla provincia napoletana rurale. La NCO riempie gli spazi lasciati liberi dalla politica, offrendo ordine, controllo, identità e benessere.
Il secondo è Luigi Giuliano, capo del clan di Forcella, espressione di una camorra più tradizionale, meno ideologica ma profondamente radicata nel tessuto urbano e nei traffici internazionali. Due modelli diversi, spesso in competizione, ma non impermeabili tra loro. Napoli diventa così il terreno di uno scontro che porterà alla città centinaia di morti — circa 350 accertati, a fronte di una stima dell’epoca di circa 1.000 vittime complessive.
Tra scontri a fuoco e lenzuola bianche a coprire i caduti, la geopolitica criminale comincia a dialogare a modo suo e, direttamente o indirettamente, dialoga anche con altri centri di potere.
Il rapimento Cirillo: autori, ruolo e scopo
Ciro Cirillo, ex presidente della Provincia di Napoli e successivamente della Regione Campania, al momento del rapimento è assessore regionale ai Lavori Pubblici (Democrazia Cristiana), nonché vice del Comitato tecnico per la ricostruzione post-terremoto del novembre 1980.
Cirillo aveva potere? Basta un numero per rispondere: trentanovemila miliardi di lire, stanziati inizialmente dalla legge 219/81. Nel 1980 il PIL italiano era di circa 331 mila miliardi di lire: i fondi per la ricostruzione rappresentavano quasi il 12% del totale. Un ottavo delle risorse dell’intero Paese finiva, di fatto, sotto la responsabilità di un solo uomo — o quasi.
Ma le risorse vanno spese attraverso appalti, e gli appalti, si sa, in quel periodo più che mai andavano “all’italiana”. Le stesse Brigate Rosse lo definirono “l’uomo della ricostruzione”. Una figura di tale rilevanza entrò nel mirino delle BR. Giovanni Senzani, dirigente nazionale dell’organizzazione, sarà condannato in via definitiva per il fatto.
Le Brigate Rosse colpiscono con un obiettivo preciso: ottenere risorse finanziarie, imporsi sulla scena pubblica e costringere lo Stato a trattare.
La magistratura accertò che la liberazione dell’ostaggio avvenne tramite una trattativa, condotta attraverso la mediazione di ambienti camorristici riconducibili a Raffaele Cutolo. L’ordinanza del giudice Carlo Alemi e le successive sentenze di Appello e Cassazione documentano il coinvolgimento di canali informali dello Stato e di uomini dei servizi segreti, senza però individuare responsabilità penali personali.
Perché Cirillo viene liberato
Il caso Cirillo rompe la cosiddetta “strategia della fermezza” adottata dallo Stato durante il sequestro di Aldo Moro nel 1978. Sentenze e relazioni parlamentari affermano che, per Cirillo, la trattativa venne ritenuta necessaria: Cirillo serviva vivo. La sua scomparsa dalla scena avrebbe sottratto un ingranaggio fondamentale a una macchina già avviata e in corsa.
L’omicidio Ammaturo
È in questo contesto che si muove Antonio Ammaturo, vicequestore e capo della Squadra Mobile di Napoli. Ammaturo è un investigatore operativo, abituato a seguire connessioni e sistemi, non soltanto singoli reati. Lavora sui rapporti tra camorra, terrorismo e politica e, in particolare, sui retroscena del caso Cirillo. La figlia, intervistata, riferì le parole del padre: il vicequestore era convinto che, al termine della sua inchiesta, si sarebbe prodotta un’eclissi del sistema.
Il 15 luglio 1982 Ammaturo viene assassinato nei pressi di Piazza Nicola Amore, i “Quattro Palazzi”, in pieno centro cittadino, insieme all’agente Pasquale Paola. L’agguato è rivendicato dalle Brigate Rosse. Gli esecutori vengono identificati e condannati in via definitiva.
Il quadro giudiziario è chiuso, ma resta aperto il contesto politico in cui maturò l’attentato. La ricostruzione proposta da Saviano nella puntata de La Giusta Distanza (LA7, 8 aprile 2026) evidenzia punti di contatto tra ambienti camorristici e terroristi, inclusi aiuti logistici forniti agli esecutori in fuga dopo l’agguato. I filoni investigativi attribuiti ad Antonio Ammaturo, Medaglia d’Oro al Valor Civile nel 1984, emergono in atti giudiziari e parlamentari, in particolare nell’istruttoria del giudice Alemi e nei lavori della Commissione Antimafia, che collocano l’omicidio nel contesto delle trattative per il sequestro Cirillo e delle relazioni opache tra terrorismo, camorra e apparati dello Stato, senza mai chiarire l’identità dei mandanti.
Percezione sociale, allora e oggi
All’epoca la città vive una progressiva assuefazione alla violenza: la paura convive con la rassegnazione. Stato e anti-Stato appaiono egualmente distanti. I poli erano più lontani di oggi e le distanze generano incomprensione e violenza. Oggi quella stagione viene ricordata con maggiore consapevolezza: alcuni spazi vuoti sono stati colmati, almeno in parte, da una legalità di fondo crescente. Ridurre questi vuoti significa impedire che qualcuno li riempia arbitrariamente al nostro posto.

