La felicità di una nazione può essere misurata?
di Luca Salese
Esiste una formula capace di dire quanto un Paese sia felice? Purtroppo, no. Non esiste un’equazione della felicità, almeno non nel senso scientifico e rigoroso del termine. Se Stephen Hawking fosse ancora in vita, forse potremmo provocatoriamente chiedergli di adattare la sua celebre “Teoria del tutto” alla misurazione del benessere umano. Ma, ahimè, la felicità resta un concetto più sfuggente dell’origine del suo caro cosmo.
Treccani ci aiuta a definirla come “stato interiore, gioia dell’animo, appagamento, ma anche opportunità, buon esito, riuscita eccellente”.
La felicità vista dalla chimica
La scienza, fortunatamente, ne conferma l’esistenza. I chimici e i neuroscienziati spiegano che, quando una persona si sente felice, nel cervello si attiva una combinazione dinamica di neurotrasmettitori: dopamina, serotonina, ossitocina ed endorfine. Sono molecole che regolano motivazione, stabilità emotiva, relazioni sociali e piacere, contribuendo a un equilibrio ormonale e a una riduzione dello stress. La felicità individuale può essere descritta, quindi, come uno stato temporaneo di ordine e coordinazione della materia vivente.
Ma se questo ha un senso per il singolo individuo, per una nazione il discorso cambia radicalmente. Nessuno può misurare la “dopamina rilasciata” da un Paese. Per questo, messe da parte chimica e fisiologia, la felicità collettiva viene osservata da un altro punto di vista: quello statistico.
Come si misura la felicità di un Paese
La felicità nazionale non può essere misurata direttamente, ma ricostruita attraverso indicatori che descrivono le condizioni che la rendono possibile. I principali indici internazionali presi a riferimento sono: Sicurezza (Global Peace Index), Giustizia (Rule of Law Index), Democrazia (Freedom in the World/Freedom House), Libertà di stampa (World Press Freedom Index/RSF), Benessere umano (Human Development Index), Eguaglianza sociale (Indice di Gini).
Zoomando sull’Europa — e lasciando per un momento da parte contesti più “esotici” — emerge un dato interessante: la classifica europea del benessere ricalca quasi perfettamente quella mondiale.
Posizionamento europeo dei principali indici internazionali
| Ambito | Indice | Top 3 Paesi europei | Italia |
| Sicurezza | Global Peace Index | 1. Islanda 2. Irlanda 3. Austria | 33ª mondiale |
| Giustizia | Rule of Law Index (WJP) | 1. Danimarca 2. Norvegia 3. Finlandia | 32ª mondiale |
| Democrazia | Freedom in the World | 1. Finlandia 2. Svezia 3. Norvegia | 9/10 (max 10/10) |
| Libertà di stampa | World Press Freedom Index | 1. Norvegia 2. Estonia 3. Paesi Bassi | 49ª mondiale |
| Benessere umano | Human Development Index | 1. Islanda 2. Svizzera 3. Norvegia | 28ª mondiale |
| Eguaglianza (reddito) | Indice di Gini | 1. Slovacchia 2. Repubblica Ceca 3. Slovenia | 34ª mondiale |
Dove si colloca l’Italia
È significativo notare che i primi tre Paesi europei occupano quasi sempre il podio mondiale, con una sola eccezione: nel Global Peace Index 2025, il terzo posto globale è occupato dalla Nuova Zelanda, mentre l’Austria si colloca al quarto.
Quanto la libertà di espressione è felicità?
Nella corsa alla felicità, l’Italia non ha vissuto scossoni significativi rispetto al 2010. I suoi indicatori mostrano una sostanziale stabilità, con l’eccezione di un lieve miglioramento nell’indice di sicurezza. Nessun crollo, ma neppure un salto deciso verso i vertici.
Il nostro Paese, quindi, si colloca, grosso modo, in coda al primo terzo dei Paesi mondiali, eccezion fatta per la libertà di stampa, in cui siamo a metà classifica ma battiamo Mauritania, Mauritius e Ghana. La libertà di stampa è sostanzialmente libertà di parola e l’indice sintetizza quanto i media siano indipendenti, quanto il quadro giuridico tuteli l’informazione e quanto sia sicuro fare il giornalista. La valutazione da fare è se ci si possa accontentare di aver staccato di una sola incollatura la Mauritania, che deve la sua posizione in classifica ad arresti e intimidazioni di giornalisti e a detenzioni arbitrarie per reportage su temi sensibili.
Il passo del gambero
Nell’Inghilterra della prima metà del XX secolo, contestare o beffeggiare la monarchia era reato di lesa maestà, sebbene non fosse codificato come in altri ordinamenti europei. Il reato di seditious libel tendeva a punire testi o discorsi che gettavano discredito sulla Corona, per il timore che potessero minare il rispetto verso le istituzioni. In sostanza, parlare apertamente e duramente contro la Regina portava ad arresti o multe.
Alla fine dell’Ottocento, però, mentre nel resto di Londra si poteva essere arrestati per dileggio contro la Corona, viene alla luce un istituto informale dedicato alla libertà di parola: Speakers’ Corner. In questo luogo di Hyde Park era possibile criticare il governo, attaccare la monarchia, deridere istituzioni e autorità e usare toni sarcastici e offensivi contro la Regina, purché non si degenerasse in tumulti, si incitasse a risse o si minacciasse concretamente qualcuno. Insomma, si poteva gridare: “Abbasso la Regina!”.
Allora possiamo serenamente sorridere di noi stessi, se il passato deve insegnarci che la libertà di parola è un diritto che misura, in parte, la nostra libertà.
Tentativo fallito: la felicità non si lascia imbrigliare in un’equazione ma, se gli indici non bastano a dirci quanto siamo felici, possono almeno suggerirci se stiamo andando nella direzione giusta. È già molto: sapere se avanzare, fermarsi o — come il gambero — continuare a muoversi all’indietro.

