Secondo Policlinico, l’altro gigante dai piedi di argilla
NAPOLI (di Maurizio Scialdone) – Un po’ come si fa con le pizze, quando il cameriere passa tra i tavoli e si rivolge al pizzaiolo annunciando: “le pizze passano a due !!!”. Così stanno le cose: i giganti dai piedi di argilla passano a due. Dopo il Centro Direzionale, anche il secondo Policlinico. Non che la cosa non fosse già nota da tempo, ma per completare il quadro adesso ai piedi del gigante vogliono piazzarci pure un’altra bella discarica.
Eppure la storia del Secondo Policlinico da sola dovrebbe bastare a far riflettere sull’uso improprio di un territorio che mal sopporterebbe ulteriori abusi e soprusi.

Nel 1966 venne pubblicato “il libro bianco dell’edilizia universitaria”, organo rappresentativo del corpo universitario (docente e non), nel quale, risalendo agli atti di compravendita dei suoli, si legge: “i protagonisti di tutti gli affari sono i signori Enrico Verga e Corrado Ferlaino: il primo è figlio del preside della facoltà di Medicina, il secondo è un noto speculatore […]. Costoro comprano a meno di mille lire al mq e rivendono ad oltre 25 mila lire al mq, mentre l’ufficio erariale accerta, per alcuni suoli venduti, valori fino a 125 mila lire per mq”. Fin qui “solo” speculazione, ma la dorsale su cui viene costruito il Policlinico è costretta ad ospitare quella che in un primo momento doveva essere la “città universitaria”, che decongestionasse il Primo policlinico, e che invece diventa “una clinica medica in cui vi saranno solo 1.064 mq destinati alle attività didattiche contro i 7.500 mq per degenze e 886 mq di annessi servizi (op.cit.)”. Una sproporzione gigantesca che sarebbe servita molto più per ricoveri e degenze che non per didattica, con conseguenti guadagni ed ulteriori spartizioni in termini economici.
Tra il ’66 e il ’67, l’indotto devasta le zone di Cappella Cangiani, Fosso Sgambati, anni in cui vengono rilasciate una quantità innumerevole di licenze edilizie in zone dove invece doveva essere prevista solo edilizia ospedaliera e verde. Ma a cambiare le carte in tavola bastò il parere di un unico e solo avvocato capo del Comune di Napoli. “Basta che si usi la normativa del Regolamento edilizio vigente“, disse (Urbanistica 65, pag.46). Solo che il suolo, caro avvocato, sotto il peso dei nuovi fabbricati cominciò a cedere.
Cedimenti dovuti per lo più alle cavità di tufo giallo ed all’attività delle acque sotterranee, deviazioni di corsi dei quali Napoli, anche se non visibili, è piena. Dunque a completare il quadro ora ci si mete l’intenzione di aprire ancora una discarica in città. Altro materiale incontrollato, altre deviazioni di corsi d’acqua, altri percolati e per di più in una zona interessata dal collettamento delle acque provenienti dai Camaldoli.
E intanto il terreno sotto i piedi del gigante (e del centro direzionale) impercettibilmente… cede. Complimenti a tutti questi uomini di buona volontà.
