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Cronaca

Caso David Rossi, la pista della ’ndrangheta: il mistero del certificato bancario e le rivelazioni dei pentiti

A tredici anni dalla morte di David Rossi, l’ex capo della comunicazione di Banca Monte dei Paschi di Siena precipitato dalla finestra del suo ufficio il 6 marzo 2013, emergono nuovi elementi che potrebbero imprimere una svolta alla ricostruzione della vicenda. La Commissione parlamentare d’inchiesta sta approfondendo l’ipotesi omicidiaria, valutando anche possibili collegamenti con gli interessi economici della ’ndrangheta nel Nord Italia.

La nuova pista investigativa conduce fino a Viadana, in provincia di Mantova, dove una filiale bancaria sarebbe stata utilizzata da esponenti della criminalità organizzata per movimentare denaro contante e agevolare operazioni illecite.

A collegare questa realtà alla vicenda Rossi sarebbe un numero rinvenuto nel telefono dell’ex dirigente MPS. Un dettaglio apparentemente marginale che, alla luce delle successive indagini antimafia, ha assunto un significato potenzialmente rilevante.

Il numero trovato nel cellulare di Rossi e il collegamento con Viadana

Il punto di partenza degli accertamenti è il numero 4099099, individuato nel telefono di David Rossi.

Secondo quanto emerso, il codice corrisponderebbe a un certificato di deposito ordinario a tasso fisso al portatore, emesso da una filiale bancaria di Viadana e con scadenza fissata al 31 agosto 2013, pochi mesi dopo la morte del manager.

Non si tratterebbe, dunque, di un normale conto corrente intestato a una persona fisica, ma di uno strumento finanziario che presenta caratteristiche differenti.

Il ritrovamento ha sollevato una serie di interrogativi: perché Rossi aveva conservato quel numero? A chi apparteneva il certificato? E soprattutto, esisteva un collegamento tra quel deposito e le attività economiche di cui il dirigente era venuto a conoscenza?

Al momento, la presenza del codice nel telefono non dimostra alcun coinvolgimento di Rossi in operazioni illecite, né costituisce di per sé una prova di collegamento tra la sua morte e la criminalità organizzata. Rappresenta però un elemento che la Commissione ritiene meritevole di approfondimento.

L’inchiesta Grimilde e la banca utilizzata dalla ’ndrangheta

A rendere particolarmente significativa la pista di Viadana sono le risultanze dell’inchiesta antimafia Grimilde, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Bologna.

L’operazione aveva ricostruito le attività della cosca Grande Aracri e la sua capacità di infiltrarsi nel tessuto economico dell’Emilia-Romagna e di alcune aree della Lombardia, compresa la provincia di Mantova.

Al centro degli interessi dell’organizzazione non figuravano soltanto le tradizionali attività criminali, ma anche operazioni finanziarie, false fatturazioni, rapporti con imprenditori e movimentazioni di denaro attraverso il sistema bancario.

Proprio la filiale di Viadana sarebbe stata utilizzata, secondo le ricostruzioni investigative richiamate dalla Commissione, come punto di riferimento per operazioni in contanti riconducibili agli ambienti della ’ndrangheta.

Un sistema che avrebbe consentito di disporre di liquidità limitando la tracciabilità di determinate transazioni.

È in questo contesto che il certificato di deposito rinvenuto nel telefono di Rossi assume una nuova rilevanza investigativa.

Le dichiarazioni del pentito Cortese: «Fino a 100mila euro in contanti»

Uno degli elementi più importanti degli approfondimenti riguarda le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Angelo Salvatore Cortese, ex esponente della ’ndrangheta crotonese.

Nel settembre scorso, il presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta, Gianluca Vinci, si è recato a Viadana insieme al collaboratore, che avrebbe riconosciuto la filiale bancaria utilizzata dalla propria organizzazione criminale.

Nel corso delle audizioni, Cortese avrebbe descritto un sistema caratterizzato dalla disponibilità di dirigenti bancari compiacenti, pronti a mettere a disposizione degli esponenti criminali ingenti somme di denaro contante.

Secondo quanto riferito da Vinci a Fanpage.it, il collaboratore avrebbe spiegato che il direttore della filiale dell’epoca era in grado di consegnare fino a 100mila euro in contanti per consentire operazioni illecite.

Cortese avrebbe inoltre sostenuto che quella banca rappresentava un riferimento particolare nel territorio, proprio per la possibilità di effettuare operazioni che altrove sarebbero risultate più difficili.

Le sue dichiarazioni, secondo il presidente della Commissione, troverebbero riscontri anche nelle risultanze giudiziarie del processo Grimilde relativamente all’utilizzo della filiale da parte di esponenti della criminalità organizzata.

Resta tuttavia da chiarire se e in quale modo tali attività possano essere collegate direttamente a David Rossi.

Sentito anche Giuseppe Giglio: il verbale resta secretato

Gli approfondimenti della Commissione non si sono limitati alle dichiarazioni di Cortese.

È stato ascoltato anche Giuseppe Giglio, imprenditore divenuto collaboratore di giustizia e figura centrale nelle ricostruzioni investigative relative agli interessi economici della ’ndrangheta emersi nell’inchiesta Aemilia.

Giglio è stato indicato dagli inquirenti come uno dei principali protagonisti del sistema imprenditoriale e finanziario attraverso il quale l’organizzazione criminale riusciva a consolidare la propria presenza nell’economia legale.

Il contenuto della sua audizione, tuttavia, non è pubblico.

Il presidente Vinci ha confermato che il relativo verbale è secretato. Non è quindi possibile stabilire quali informazioni abbia fornito alla Commissione e se abbia indicato elementi direttamente riconducibili alla morte di Rossi.

Il ruolo di Rossi nelle sponsorizzazioni di Monte dei Paschi

Un altro aspetto sul quale si concentra l’attenzione della Commissione riguarda le responsabilità professionali ricoperte da David Rossi all’interno di Monte dei Paschi di Siena.

In qualità di responsabile della comunicazione, Rossi operava in un settore che comprendeva anche importanti flussi economici legati alle sponsorizzazioni.

Secondo quanto spiegato da Vinci, nell’anno della morte del dirigente le risorse destinate a queste attività avevano subito una riduzione significativa a causa della crisi attraversata dall’istituto bancario, passando da circa 50 milioni a 40 milioni di euro.

La Commissione sta quindi valutando se la gestione di tali risorse possa aver portato Rossi a entrare in contatto, direttamente o indirettamente, con informazioni sensibili relative a operazioni economiche o finanziarie.

Si tratta, allo stato, di una linea di approfondimento investigativo e non di un collegamento già dimostrato.

La ricostruzione della morte: l’ipotesi di più persone presenti

Parallelamente agli accertamenti finanziari, la Commissione sta riesaminando le circostanze della caduta di David Rossi dalla finestra del suo ufficio nella sede senese di Monte dei Paschi.

Le nuove analisi tecniche, comprese quelle attribuite ai Ris, vengono considerate dalla Commissione elementi a sostegno della necessità di approfondire l’ipotesi di un intervento di terzi.

Il presidente Gianluca Vinci ha illustrato una ricostruzione particolarmente significativa: secondo l’ipotesi attualmente sostenuta dalla Commissione, al momento della caduta nella stanza avrebbero potuto trovarsi almeno due o tre persone, mentre altre due sarebbero state presenti nel vicolo sottostante.

Una ricostruzione che, se confermata da ulteriori elementi probatori, potrebbe modificare profondamente la lettura della vicenda.

È però necessario distinguere tra le valutazioni della Commissione e gli accertamenti giudiziari definitivi: l’ipotesi dell’omicidio non equivale, allo stato delle informazioni disponibili, alla dimostrazione che Rossi sia stato ucciso, né consente di attribuire responsabilità a persone determinate.

Un intreccio ancora da chiarire tra finanza, criminalità e morte di Rossi

Il quadro che emerge dagli approfondimenti è quello di una possibile convergenza tra due vicende fino a oggi considerate distinte: la morte di un alto dirigente di Monte dei Paschi e le attività finanziarie della ’ndrangheta nel territorio mantovano.

Il numero del certificato di deposito conservato nel telefono di Rossi costituisce il punto di contatto attualmente al centro dell’attenzione.

Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e le risultanze delle inchieste Aemilia e Grimilde contribuiscono a delineare il contesto criminale nel quale operava la filiale di Viadana, ma non chiariscono ancora quale rapporto esistesse tra quel contesto e l’ex responsabile della comunicazione MPS.

Le domande rimangono aperte: Rossi conosceva la provenienza del certificato? Era entrato in possesso di informazioni su operazioni finanziarie sospette? E quelle eventuali conoscenze potrebbero aver avuto un ruolo nella sua morte?

Sono interrogativi ai quali la Commissione sta cercando di dare una risposta attraverso nuovi accertamenti tecnici, documentali e testimoniali.

A tredici anni dalla tragedia di Siena, la pista della ’ndrangheta rappresenta dunque un nuovo capitolo dell’inchiesta su David Rossi. Una direzione investigativa che potrebbe rivelarsi importante, ma che necessita ancora di riscontri concreti per trasformare i sospetti in prove e stabilire se dietro quella morte vi sia stata davvero una regia criminale.

Fonte delle informazioni: articolo di Giorgia Venturini pubblicato da Fanpage.it il 16 ottobre 2026, con dichiarazioni del presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta Gianluca Vinci. Le ricostruzioni e le ipotesi riportate sono attribuite alle rispettive fonti e non costituiscono conclusioni giudiziarie definitive.

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