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Yerevan, Armenia: viaggio nel cuore antico del Caucaso tra storia, fede e resilienza

di Riccardo Zampieri

Yerevan non è una città che si concede subito. È ruvida, intensa, a tratti spigolosa. Ma sotto quella superficie c’è un’umanità calda e una storia millenaria che ti resta addosso.

Arrivo a Yerevan in pieno inverno, con un volo diretto Wizz Air di circa quattro ore da Roma Fiumicino. Atterrare nel Caucaso è già di per sé un piccolo shock geografico ed emotivo: l’Europa sembra lontana, l’Asia vicina, e tutto intorno parla di confini, culture e resilienza. Fuori dall’aeroporto il freddo è tagliente: –17 gradi.

Alloggio al Nova Hotel Yerevan, in posizione centrale, ideale per muoversi a piedi. L’hotel è moderno, accogliente e soprattutto caldo — un dettaglio tutt’altro che secondario quando l’inverno armeno non fa sconti. La colazione a buffet è ricca e confortante: tè caldi, caffè, pane fresco, piatti tipici semplici ma sostanziosi. La mattina, con la città ancora silenziosa e le strade ghiacciate, è il punto di partenza perfetto per entrare lentamente nel ritmo di Yerevan.

Il primo incontro con la città avviene attraverso la Cascade, il complesso monumentale più iconico. Una scalinata imponente di travertino sale verso il cielo tra fontane e installazioni d’arte, intervallate da terrazze panoramiche. Gradino dopo gradino, Yerevan si apre sotto i piedi. In lontananza, quando il cielo è limpido, appare il Monte Ararat. Non è in Armenia, ma è ovunque nel cuore degli armeni: secondo la Bibbia, qui si posò l’Arca di Noè dopo il Diluvio e, sebbene oggi si trovi in territorio turco, resta un simbolo potentissimo di identità, storia e speranza.

Da lì salgo verso la Statua della Madre Armenia, imponente e severa, che domina la città dal Parco della Vittoria. Da questo punto Yerevan sembra quasi fragile. La statua non celebra la guerra, ma vigila e ricorda.

Scendendo, il paesaggio urbano cambia tono. Raggiungo il Teatro dell’Opera, elegante e austero, circondato da viali ampi e caffè. Poco distante, il Lago dei Cigni è parzialmente ghiacciato: una scena silenziosa e quasi irreale, che sospende il tempo.

Il cuore pulsante della città resta però Piazza della Repubblica, dove ho avuto la fortuna di trascorrere la notte di Capodanno, mentre nevicava lentamente. Gli edifici in tufo rosato creano un’armonia cromatica unica, ma ciò che resta impresso è l’atmosfera: un mercatino di Natale tra luci calde e profumi, con vin brûlé e trdlo appena preparato. Intorno, i fuochi d’artificio e, allo scoccare della mezzanotte, uno spettacolare show di droni illuminati che ha scandito il conto alla rovescia verso l’anno nuovo. Famiglie, bambini, coppie e turisti si mescolavano in un’energia festosa e accogliente, difficile da dimenticare.

Poco distante, la Cattedrale di Yerevan, dedicata a San Gregorio l’Illuminatore — lo stesso a cui è intitolata la celebre via di Napoli — si impone con una solennità composta. Qui il Cristianesimo non è solo storia, ma fondamento identitario: l’Armenia lo adottò per prima come religione ufficiale, e questa consapevolezza si avverte ovunque, specialmente nei gesti misurati e nei silenzi. A pochi passi, quasi in contrasto, si trova la Moschea Blu, testimonianza del passato persiano della città: un luogo quieto e raccolto, dove fermarsi e respirare.

Passeggiando, mi perdo a Kond, il quartiere più antico della città. Case basse, muri irregolari, bambini che giocano, anziani che osservano in silenzio. Qui il tempo sembra essersi fermato. Non è bello nel senso classico, ma è autentico. Mi fermo a bere una spremuta fresca di melograno a casa di una famiglia del posto, in un gesto semplice che dice molto dell’ospitalità armena.

Il Vernissage Market è invece un’esplosione di colori e simboli: artigianato, tappeti, gioielli, oggetti dell’epoca sovietica. È il luogo giusto per capire cosa conta davvero per gli armeni: la famiglia, la storia e la propria terra.

Visitare il Museo del Genocidio Armeno e il Memoriale di Tsitsernakaberd non è facile, ma è necessario. Il silenzio, la fiamma eterna, i nomi, le fotografie: tutto è composto, dignitoso, mai urlato. È una memoria che non cerca vendetta, ma riconoscimento. Si esce diversi. Più consapevoli. Più piccoli.

Dopo aver esplorato la città, è tempo di spingersi nei dintorni. Proseguo con un tour dei luoghi più iconici del Paese, a partire da Khor Virap, il monastero che si staglia davanti al Monte Ararat in una cornice quasi irreale. Qui storia, fede e geografia si fondono in un’immagine che resta impressa a lungo.
A Echmiadzin, centro spirituale della Chiesa Apostolica Armena, si percepisce tutta la profondità della fede armena: un luogo sobrio, antico, essenziale.
Il Tempio di Garni, di epoca ellenistica, è una sorpresa assoluta: colonne greche nel cuore del Caucaso, sospese sopra una gola spettacolare, a ricordare quanto questa terra sia sempre stata un crocevia di civiltà.
Infine Sevanavank, sul Lago Sevan. Il lago è immenso, il vento gelido, l’atmosfera quasi mistica. Le chiese nere spiccano contro cielo e acqua, immerse in un silenzio che sembra eterno.

Con questo freddo, il cibo diventa rifugio. Tra i dolci, mi sorprende una millefoglie intensa, ricca, burrosa, capace di scaldare corpo e umore a ogni morso. La cucina armena è sostanziosa, diretta, senza fronzoli — proprio come la sua gente. Nei giorni trascorsi in Armenia ho avuto anche la possibilità di partecipare a due cooking class, vere esperienze di condivisione: una dedicata al lavash, il pane tradizionale sottile e essenziale, cotto in un forno sotterraneo secondo un rito antico; e l’altra alle kefta, le tipiche “polpette” armene dalla caratteristica forma a limone, preparate con gesti tramandati di generazione in generazione.

Yerevan non è una città da checklist. È una città da sentire.
Ti mette davanti alla storia, al dolore, alla bellezza, alla resilienza. E lo fa senza chiedere nulla in cambio, se non attenzione.

Quando riparto, porto con me il freddo sulla pelle, il Monte Ararat negli occhi e una certezza semplice: l’Armenia non si dimentica.

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