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Politica

Un salto indietro nella maturità politica, ma dove sono le idee?

di Attilio Iannuzzo

Ci sono momenti in cui la politica, quella con la “P” maiuscola, dovrebbe ricordarsi di essere un’istituzione prima ancora che uno spettacolo. Il recente episodio in cui la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni si lascia trascinare nei cori da stadio – “chi non salta comunista è” – appartiene purtroppo alla categoria opposta: quella degli scivoloni che fanno arrossire chi ancora spera in un dibattito pubblico maturo.

Il problema non è la spontaneità, né tantomeno l’esuberanza umana di un leader. È il contesto. Una figura che rappresenta l’intero Paese, che siede ai tavoli internazionali e che porta sulle spalle il peso di decisioni complesse, dovrebbe conoscere la differenza tra appartenenza politica e infantilismo identitario. Il tifo da curva non è un linguaggio compatibile con la responsabilità istituzionale. Soprattutto quando serve solo a ribadire una contrapposizione superata, e francamente stanca, che da decenni non aiuta né a capire il presente né a immaginare il futuro. Saltellare urlando contro un avversario politico – per di più evocando un’etichetta che non appartiene più a nessuna forza rappresentata in Parlamento – non è solo una caduta di stile: è un segnale di impoverimento culturale. È la trasformazione della politica in un format da intrattenimento, dove il gesto vale più del contenuto, la battuta più della visione, l’appartenenza più dell’argomentazione.

L’imbarazzo nasce proprio qui: nel vedere ridotta la complessità del dibattito democratico a un riflesso da stadio, nel constatare quanto sia facile rinunciare alla postura istituzionale per cavalcare un applauso facile. Ma un Paese non si guida con gli slogan, men che meno con i cori. La politica meriterebbe altro. E gli italiani anche.

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