La frana di Niscemi non si ferma: un disastro annunciato
La frana che dal 25 gennaio sta colpendo Niscemi, nel cuore della Sicilia, continua ad avanzare senza sosta, aprendo una voragine lunga circa quattro chilometri tra il quartiere Sante Croci e la strada provinciale 10. Oltre 1.500 persone sono state costrette a lasciare le proprie abitazioni, mentre cresce la rabbia dei cittadini, convinti di trovarsi di fronte all’ennesimo disastro annunciato.
Secondo esperti e associazioni ambientaliste, quanto sta accadendo non è un evento imprevedibile. Al contrario, la storia del territorio racconta di frane e smottamenti ricorrenti almeno dal 1790. Una memoria che non si è mai persa e che, nero su bianco, è stata anche inserita nel Piano per l’Assetto Idrogeologico (PAI) della Regione Siciliana, dove l’area è classificata come a elevato rischio.
Una città costruita sull’argilla
“L’altopiano di Niscemi poggia sull’argilla”, spiega a Fanpage.it Giuseppe Amato, responsabile risorse idriche di Legambiente Sicilia. È questa la chiave per comprendere la fragilità strutturale del territorio. La collina su cui sorge la città si è formata in tempi geologicamente recenti, tra i 5 e i 2,5 milioni di anni fa, ed è composta da uno strato superiore di roccia rigida che poggia su un substrato argilloso estremamente elastico.
Questa configurazione favorisce le cosiddette frane in rotazione, o a scorrimento rotazionale: quando l’argilla sottostante si imbibisce d’acqua, perde coesione e diventa una sorta di piano scivoloso, mentre la roccia sovrastante, rigida come una lastra di cemento, tende a muoversi in blocco. È ciò che è accaduto anche in questi giorni, con edifici, automobili e oggetti trascinati verso valle quasi intatti, come se fossero scesi “su un ascensore”.
Un copione che si ripete
Per gli abitanti di Niscemi, quanto sta accadendo oggi riapre ferite mai rimarginate. Nel 1997 una frana simile distrusse parte del quartiere Sante Croci, portando all’esproprio o alla demolizione di circa 48 abitazioni. I risarcimenti, però, arrivarono con enorme ritardo e le istituzioni, secondo Legambiente, adottarono misure minime, senza affrontare il problema strutturale.
“Quella di oggi è probabilmente la ripetizione della frana del 1997 e, per certi versi, anche di quella del 1790”, sottolinea Amato. I quartieri coinvolti sono sempre gli stessi, così come il meccanismo di scorrimento. Nonostante ciò, nel corso dei decenni sono sorti edifici ai margini della collina, in aree dove, secondo gli esperti, non si sarebbe mai dovuto costruire.
Il ruolo del cambiamento climatico
A rendere la situazione ancora più critica è il cambiamento climatico. Le intense piogge che hanno preceduto la frana, legate al passaggio del ciclone Harry, sono arrivate dopo un lungo periodo di siccità. Un’alternanza sempre più frequente che aumenta l’instabilità dei terreni argillosi.
“Nell’ultimo ann o in Sicilia si sono verificati 48 eventi meteorologici estremi”, ricorda Amato. “L’isola si trova al centro del Mediterraneo, un vero hotspot del cambiamento climatico. Questo significa che fenomeni come quello di Niscemi diventeranno sempre più comuni”.
Secondo esperti e associazioni ambientaliste, quanto sta accadendo non è un evento imprevedibile. Al contrario, la storia del territorio racconta di frane e smottamenti ricorrenti almeno dal 1790. Una memoria che non si è mai persa e che, nero su bianco, è stata anche inserita nel Piano per l’Assetto Idrogeologico (PAI) della Regione Siciliana, dove l’area è classificata come a elevato rischio.
Una città costruita sull’argilla
“L’altopiano di Niscemi poggia sull’argilla”, spiega a Fanpage.it Giuseppe Amato, responsabile risorse idriche di Legambiente Sicilia. È questa la chiave per comprendere la fragilità strutturale del territorio. La collina su cui sorge la città si è formata in tempi geologicamente recenti, tra i 5 e i 2,5 milioni di anni fa, ed è composta da uno strato superiore di roccia rigida che poggia su un substrato argilloso estremamente elastico.
Questa configurazione favorisce le cosiddette frane in rotazione, o a scorrimento rotazionale: quando l’argilla sottostante si imbibisce d’acqua, perde coesione e diventa una sorta di piano scivoloso, mentre la roccia sovrastante, rigida come una lastra di cemento, tende a muoversi in blocco. È ciò che è accaduto anche in questi giorni, con edifici, automobili e oggetti trascinati verso valle quasi intatti, come se fossero scesi “su un ascensore”.
Un copione che si ripete
Per gli abitanti di Niscemi, quanto sta accadendo oggi riapre ferite mai rimarginate. Nel 1997 una frana simile distrusse parte del quartiere Sante Croci, portando all’esproprio o alla demolizione di circa 48 abitazioni. I risarcimenti, però, arrivarono con enorme ritardo e le istituzioni, secondo Legambiente, adottarono misure minime, senza affrontare il problema strutturale.
“Quella di oggi è probabilmente la ripetizione della frana del 1997 e, per certi versi, anche di quella del 1790”, sottolinea Amato. I quartieri coinvolti sono sempre gli stessi, così come il meccanismo di scorrimento. Nonostante ciò, nel corso dei decenni sono sorti edifici ai margini della collina, in aree dove, secondo gli esperti, non si sarebbe mai dovuto costruire.
Il ruolo del cambiamento climatico
A rendere la situazione ancora più critica è il cambiamento climatico. Le intense piogge che hanno preceduto la frana, legate al passaggio del ciclone Harry, sono arrivate dopo un lungo periodo di siccità. Un’alternanza sempre più frequente che aumenta l’instabilità dei terreni argillosi.
“Nell’ultimo ann o in Sicilia si sono verificati 48 eventi meteorologici estremi”, ricorda Amato. “L’isola si trova al centro del Mediterraneo, un vero hotspot del cambiamento climatico. Questo significa che fenomeni come quello di Niscemi diventeranno sempre più comuni”.

