Vannacci e la «femminilità tossica»: perché il paragone con la «mascolinità tossica» è fuorviante
Roberto Vannacci, europarlamentare e vicesegretario della Lega, è tornato a far discutere con un post sui social in cui, commentando un tragico fatto di cronaca avvenuto a Napoli, ha tirato in ballo i concetti di “femminilità tossica”, “mascolinità tossica” e persino di “matriarcato”. Ancora una volta, l’ex generale si lancia in una riflessione che, oltre ad apparire confusa, ignora volutamente i dati, la storia e la realtà socioculturale italiana. Il fatto di cronaca cui fa riferimento è l’omicidio-suicidio di Ilaria Capezzuto e Daniela Strazzullo, una tragedia personale e sentimentale che Vannacci ha trasformato in occasione per negare l’esistenza della violenza sistemica contro le donne. Secondo il suo ragionamento, se si parla di “mascolinità tossica” in riferimento ai femminicidi, allora si dovrebbe parlare anche di “femminilità tossica” quando una donna uccide un’altra donna. Ma questa equiparazione non solo non regge, è profondamente sbagliata e pericolosa.
Il termine “mascolinità tossica” non è uno slogan politico, ma un concetto sociologico e psicologico ben definito. Fa riferimento a un insieme di norme culturali che incoraggiano gli uomini a reprimere le emozioni, dimostrare potere attraverso la violenza, dominare le donne e disprezzare tutto ciò che è percepito come debole. Questa costruzione rigida del maschile è tossica non solo per le donne, ma anche per gli uomini stessi, costretti a vivere secondo modelli di virilità dannosi e spesso autodistruttivi. Numerosi studi, tra cui uno pubblicato sul *Journal of School Psychology* (Kupers, 2005), hanno evidenziato come la mascolinità tossica contribuisca alla cultura dello stupro, alla violenza domestica e al femminicidio, fenomeni sociali che affondano le radici nella struttura patriarcale della società.
La “femminilità tossica” non è l’antitesi speculare della mascolinità tossica. Quando questo termine viene usato in psicologia, si riferisce a comportamenti auto-sabotanti che possono derivare dall’adesione passiva a ruoli di genere stereotipati: come l’autoannullamento per compiacere, la competizione con le altre donne per l’approvazione maschile, o l’uso della manipolazione emotiva. Non si tratta di una struttura sociale di potere, né di un fenomeno sistemico in grado di generare una cultura della violenza.
Nel caso di Napoli, è evidente che siamo di fronte a una tragedia personale, non a un sintomo di un sistema sociale che opprime gli uomini. L’utilizzo dell’etichetta “femminilità tossica” per spiegare un crimine passionale tra due donne è non solo scorretto, ma anche fuorviante: distoglie l’attenzione dal problema reale della violenza di genere, che è endemico, diffuso e strutturale. I dati parlano chiaro. Secondo l’Osservatorio Femminicidi Lesbicidi Transcidi (FLT) di Non Una Di Meno, solo nel 2025 in Italia si sono già registrati 27 femminicidi. Nel 2023, come riportato dal *Sole 24 Ore* su dati Istat, delle 69 persone uccise dal partner, ben 64 erano donne: il 92,75%. Una sproporzione innegabile, che dimostra come la violenza domestica e relazionale abbia una direzione precisa e sistemica. Sostenere l’esistenza di un “matriarcato” o di una violenza di genere ai danni degli uomini allo stesso livello di quella contro le donne è un’operazione ideologica e mistificatoria. Certo, anche gli uomini possono subire violenza — nessuno lo nega — ma non esiste una cultura strutturale che legittimi o minimizzi questa violenza come accade invece, ancora oggi, per quella rivolta contro le donne.
Vannacci nel suo post cita infine il “matriarcato”, come se l’Italia fosse una società in cui le donne detengono il potere. Nulla di più distante dalla realtà. Nei palazzi istituzionali italiani, le donne rappresentano appena il 33,6% dei membri totali. Nonostante il governo sia guidato per la prima volta da una donna, la presenza femminile nel Consiglio dei Ministri è solo del 30,2%. Numeri che dimostrano come il potere, anche oggi, sia ancora saldamente nelle mani degli uomini. Le parole di Vannacci non sono semplicemente sbagliate: sono pericolose. Perché rimuovono la responsabilità sociale e culturale dietro i femminicidi, sminuiscono l’importanza della lotta alla violenza di genere e contribuiscono a creare un clima di disinformazione. Parlare di “femminilità tossica” e di “matriarcato” in un Paese dove le donne continuano a morire per mano di uomini è un insulto alle vittime e un atto di negazione di una realtà drammatica.

