Vannacci contro Salvini: “Ha tradito i valori della Lega. Ora serve una sveglia al centrodestra”
Lo strappo è ormai definitivo. A poche ore dall’uscita dalla Lega, Roberto Vannacci replica duramente a Matteo Salvini e ribalta l’accusa di tradimento ricevuta dal leader del Carroccio. “Io non sono un traditore – afferma – semmai è Salvini che ha tradito valori e ideali del partito”. L’ex generale lo dice senza mezzi termini durante una conferenza stampa a Modena dedicata al tema dell’emigrazione, segnando l’inizio di una nuova fase del suo percorso politico.
Vannacci respinge anche l’idea di dover essere riconoscente alla Lega: “Non devo essere grato a nessuno. Semmai è la Lega che deve esserlo a me, perché con i miei 500mila voti, oltre al mio seggio, ne ha ottenuti altri due”. Una dichiarazione che fotografa la frattura profonda con il partito che lo aveva candidato e portato al Parlamento europeo.
Al centro della rottura, spiega l’eurodeputato, non ci sono questioni personali ma politiche. “Lealtà non significa obbedienza cieca, onore non vuol dire immobilismo, disciplina non significa smettere di pensare”, afferma, ricordando come la sua elezione non fosse legata a una carriera politica tradizionale, ma ai contenuti espressi nel libro che lo ha reso una figura divisiva ma popolare. “Sono rimasto fedele ai valori per cui sono stato eletto”, rivendica.
Vannacci elenca poi i principali punti di dissenso con Salvini: le posizioni sull’invio di armi all’Ucraina, le scelte in materia di famiglia e soprattutto la questione delle pensioni, con la promessa – poi accantonata – di superare la legge Fornero. Nonostante il ruolo di vicesegretario del partito e la carica di europarlamentare, l’ex generale lamenta una mancanza di reale spazio politico. “Non mi è stata data la possibilità di essere incisivo. In Toscana mi sono trovato una Lega che remava contro di me. Gli attacchi quotidiani di dirigenti del partito sono sotto gli occhi di tutti”.
Alle accuse di aver usato la Lega come un “taxi” per il proprio tornaconto, Vannacci risponde con una metafora: “Io non ho preso nessun taxi. È il taxi che ha cambiato direzione. A me interessa arrivare alla meta: sono sceso e ora procedo a piedi, con zaino, bussola e cartina”.
Quanto al futuro a Bruxelles, l’eurodeputato chiarisce che non lascerà il seggio. “Chi dice che dovrei dimettermi non conosce la Costituzione. L’articolo 67 stabilisce che ogni parlamentare esercita il mandato senza vincoli: il mandato è dell’eletto, non del partito”. Una rivendicazione che rafforza la sua scelta di proseguire il percorso politico in autonomia.
Da qui nasce Futuro Nazionale, il nuovo soggetto politico che Vannacci sta fondando. “Mi sono reso conto di dover creare una forza che rispondesse realmente ai miei valori”, spiega, definendola “interlocutore naturale della destra”. L’obiettivo non è solo elettorale, ma anche simbolico: “Voglio essere una sveglia, l’adunata del mattino del centrodestra. Forse con qualche squillo di tromba qualcuno capirà che la direzione presa è sbagliata”.
Non manca una nota di ottimismo sul consenso. “Non faccio analisi elettorali – conclude – ma stamattina un sondaggio dava qualcosa che ancora non esiste al 4,2%. Mica male come rampa di lancio”. Un dato che, secondo Vannacci, dimostrerebbe l’esistenza di uno spazio politico per chi ritiene che tra promesse e voti espressi “qualcuno abbia dimenticato la coerenza”.
Vannacci respinge anche l’idea di dover essere riconoscente alla Lega: “Non devo essere grato a nessuno. Semmai è la Lega che deve esserlo a me, perché con i miei 500mila voti, oltre al mio seggio, ne ha ottenuti altri due”. Una dichiarazione che fotografa la frattura profonda con il partito che lo aveva candidato e portato al Parlamento europeo.
Al centro della rottura, spiega l’eurodeputato, non ci sono questioni personali ma politiche. “Lealtà non significa obbedienza cieca, onore non vuol dire immobilismo, disciplina non significa smettere di pensare”, afferma, ricordando come la sua elezione non fosse legata a una carriera politica tradizionale, ma ai contenuti espressi nel libro che lo ha reso una figura divisiva ma popolare. “Sono rimasto fedele ai valori per cui sono stato eletto”, rivendica.
Vannacci elenca poi i principali punti di dissenso con Salvini: le posizioni sull’invio di armi all’Ucraina, le scelte in materia di famiglia e soprattutto la questione delle pensioni, con la promessa – poi accantonata – di superare la legge Fornero. Nonostante il ruolo di vicesegretario del partito e la carica di europarlamentare, l’ex generale lamenta una mancanza di reale spazio politico. “Non mi è stata data la possibilità di essere incisivo. In Toscana mi sono trovato una Lega che remava contro di me. Gli attacchi quotidiani di dirigenti del partito sono sotto gli occhi di tutti”.
Alle accuse di aver usato la Lega come un “taxi” per il proprio tornaconto, Vannacci risponde con una metafora: “Io non ho preso nessun taxi. È il taxi che ha cambiato direzione. A me interessa arrivare alla meta: sono sceso e ora procedo a piedi, con zaino, bussola e cartina”.
Quanto al futuro a Bruxelles, l’eurodeputato chiarisce che non lascerà il seggio. “Chi dice che dovrei dimettermi non conosce la Costituzione. L’articolo 67 stabilisce che ogni parlamentare esercita il mandato senza vincoli: il mandato è dell’eletto, non del partito”. Una rivendicazione che rafforza la sua scelta di proseguire il percorso politico in autonomia.
Da qui nasce Futuro Nazionale, il nuovo soggetto politico che Vannacci sta fondando. “Mi sono reso conto di dover creare una forza che rispondesse realmente ai miei valori”, spiega, definendola “interlocutore naturale della destra”. L’obiettivo non è solo elettorale, ma anche simbolico: “Voglio essere una sveglia, l’adunata del mattino del centrodestra. Forse con qualche squillo di tromba qualcuno capirà che la direzione presa è sbagliata”.
Non manca una nota di ottimismo sul consenso. “Non faccio analisi elettorali – conclude – ma stamattina un sondaggio dava qualcosa che ancora non esiste al 4,2%. Mica male come rampa di lancio”. Un dato che, secondo Vannacci, dimostrerebbe l’esistenza di uno spazio politico per chi ritiene che tra promesse e voti espressi “qualcuno abbia dimenticato la coerenza”.

