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«The ring of truth» e la ricerca dell’autenticità

di Anita Laudando

L’anello della verità. Ridefinire il senso del teatro, per chi lo fa e per chi ne fruisce, è sicuramente uno degli obiettivi del “FaziOpen Theatre”CAPUA – dove dal 6 al 9 febbraio 2025 “THE RING OF TRUTH” ha debuttato in prima nazionale. Prodotto dall’Associazione “Il Colibrì” di Sant’Arpino, lo spettacolo è pensato e diretto da Antonio Iavazzo, come un attento studio sul ruolo dell’attore e del pubblico, sull’autenticità di ciò che accade in scena. “The ring” ovvero il “cerchio della vita” esprime la funzione pedagogica del teatro, ci restituisce quel senso originario di comunità così come è stato nelle grandi esperienze del teatro Europeo.

Fin dall’inizio, lo spettatore comprende che lo spazio è parte integrante della scrittura scenica; le sedie rosse sono disposte in circolo, mentre una porta/varco si apre, trasformando il cerchio vuoto nell’arena per l’ingresso di tutti gli artisti, veri e propri animali da palco: Giuseppina Carli, Patrizio Castiello, Rosalba Cilento, Mario Di Fraia, Raffaele Di Raffaele, Maria Grazia Falco, Valeria Giove, Licia Iovine, Gennaro Marino, Annamaria Renna, Mariantonietta Ruotolo, Chiara Russo, Mariarosaria Silvestro, Elio Vagliaviello, Antonio Villano, Salvatore Zappulo.

Con loro, sempre in scena, una bambina di pochi mesi. È Nadia, promessa del teatro, se per questo si intenderà l’abbraccio di vita che nulla ha a che vedere con la performatività, ma molto con l’evento corale di un gruppo umano che riscopre le dimensioni dell’essere. Lei è stato il vero ago della bilancia nel sottile equilibrio tra finzione e verità, la riprova che la creatività emotiva può funzionare dal vivo. Una “Iavazzata” che va ben oltre il riferimento alla circolarità straniante di Bertolt Brecht, o al teatro povero di Grotowski, quello a cui assistiamo è un delicato esercizio di tensione, uno studio sulla costruzione della drammaturgia attraverso lo scavo dei personaggi. Si percepisce la ricerca incessante, il training su di sé e sul rapporto con l’altro. L’orientamento registico di Antonio Iavazzo punta sulla qualità di un lavoro in cui ogni attore è autore di se stesso. Le storie che ci vengono svelate sono interessanti proprio perché sono intimamente raggiunte da un pensiero che opera a cuore aperto. Esemplare in questo la narrazione di un’adolescente che non ha vissuto grandi drammi esistenziali, ma nonostante ciò ci ha tenuti agganciati alla sua non-storia attraverso il proprio racconto interiore. Lo spettacolo è una lezione di teatro inteso come unicum irripetibile. Impregnati di anime belle, ci è sembrato di aver sentito i battiti di ogni interprete, perché li abbiamo visti nudi e sentiti liberi.

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