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Occupazione di Gaza: “Netanyahu vuole cancellare ogni ipotesi di Stato palestinese”

“La decisione è presa: occuperemo totalmente Gaza.”
Con queste parole, fonti vicine al governo israeliano hanno anticipato l’intenzione del primo ministro Benjamin Netanyahu di avviare un’occupazione militare totale della Striscia di Gaza. Non si tratta solo di una svolta tattica, ma di un punto di non ritorno che sembra ridefinire l’intero assetto del conflitto israelo-palestinese. Secondo molti analisti, tra cui Giuseppe Dentice, esperto di Medio Oriente e politiche di sicurezza, l’obiettivo vero sarebbe ben più ampio: cancellare ogni prospettiva concreta di uno Stato palestinese indipendente. La scelta di estendere l’offensiva militare anche alle aree in cui si presume siano detenuti gli ostaggi israeliani rappresenta un cambio di rotta drammatico. Fino a questo momento, l’IDF aveva evitato incursioni in queste zone per timore di compromettere la vita dei prigionieri. Ma ora, con la nuova direttiva politica, anche questa linea rossa è stata superata.

Le immagini recenti diffuse da Hamas — che mostrano due ostaggi in condizioni gravemente deteriorate — hanno avuto un impatto mediatico enorme, suscitando indignazione interna e internazionale. Tuttavia, anziché favorire una trattativa o un cessate il fuoco per agevolare una soluzione umanitaria, il governo israeliano sembra aver scelto l’escalation totale, giustificandola con la necessità di sradicare Hamas “fino all’ultimo tunnel”. Secondo Giuseppe Dentice, ricercatore dell’ISPI e docente all’Università Cattolica di Milano, l’intenzione reale non è solo militare, ma geopolitica: “Con l’occupazione totale di Gaza, Netanyahu intende impedire in modo definitivo la nascita di uno Stato palestinese. Questo approccio serve anche a consolidare il controllo israeliano sulla Cisgiordania, dove già oggi si intensificano le operazioni militari e gli insediamenti illegali”.

L’attuale scenario sembra confermare questa lettura. Mentre Gaza brucia sotto le bombe e la popolazione vive una crisi umanitaria senza precedenti, anche in Cisgiordania la situazione si fa sempre più instabile. Gli arresti di massa, le demolizioni di case palestinesi e l’espansione degli insediamenti israeliani indicano una strategia coordinata per rafforzare la presenza israeliana su entrambi i fronti. Il radicalizzarsi della strategia israeliana sta però aggravando il suo isolamento diplomatico. L’Unione Europea è divisa, ma sempre più voci — soprattutto nei Paesi del Nord e in alcune capitali latinoamericane — chiedono sanzioni o restrizioni nei confronti di Tel Aviv. Anche negli Stati Uniti, dove il sostegno a Israele è sempre stato trasversale, si registrano crepe. La pressione interna su Joe Biden è in aumento, con una parte significativa del suo elettorato che chiede una politica più equilibrata e il riconoscimento effettivo dello Stato palestinese.

Nel frattempo, cresce la mobilitazione popolare in tutto il mondo. Da New York a Londra, da Roma a Città del Capo, milioni di persone sono scese in piazza per chiedere il cessate il fuoco e una soluzione politica duratura. Ma le risposte della comunità internazionale appaiono ancora deboli e frammentate. La prospettiva delineata da Netanyahu — con Gaza occupata militarmente e la Cisgiordania sotto assedio — cancella nei fatti il principio dei “due Stati”, che da decenni costituisce la base delle risoluzioni ONU e dei processi di pace, seppur mai realmente attuati.

In questo contesto, la popolazione palestinese rischia di essere definitivamente privata di qualsiasi orizzonte politico e di autodeterminazione. Mentre la violenza continua a mietere vittime civili da entrambe le parti, il rischio maggiore è che questa guerra diventi una guerra per l’annientamento dell’identità politica palestinese.

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