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L’Ungheria contro il Pride: «Un attacco diretto alla democrazia». L’appello disperato di Budapest

L’Ungheria ha compiuto un passo senza precedenti nella repressione delle libertà civili: con una nuova legge, il governo di Viktor Orbán ha di fatto criminalizzato l’organizzazione delle marce del Pride. A poche settimane dalla 30ª edizione del Budapest Pride – prevista per il 28 giugno – la comunità LGBT+ ungherese lancia un appello urgente all’Unione Europea per fermare quella che definisce una “pericolosa deriva autoritaria”.

A dare voce all’allarme è Viktória Radványi, presidente del Budapest Pride, che denuncia apertamente: “Con questa legge, il governo ha lanciato un attacco diretto alle nostre comunità e alle libertà fondamentali degli ungheresi”. L’organizzazione dell’evento, simbolo di visibilità e resistenza da tre decenni, è ora considerata potenzialmente illegale. Gli attivisti rischiano multe, schedature tramite riconoscimento facciale e procedimenti penali.

Il nuovo provvedimento – varato il 18 marzo e già criticato da diverse organizzazioni internazionali – consente alle autorità di vietare manifestazioni ritenute “in contrasto con la morale pubblica” o “pericolose per la tutela dei minori”. Secondo analisti indipendenti, si tratta di formulazioni ambigue che lasciano ampio margine di discrezionalità alla polizia.

In un Paese dove la libertà di stampa, l’indipendenza giudiziaria e i diritti civili sono sotto pressione da anni, il divieto del Pride rappresenta per molti osservatori un ulteriore colpo alla democrazia. “Non riguarda solo la comunità LGBT+”, avverte Radványi. “Riguarda il diritto di ogni cittadino a manifestare, a marciare, a esistere senza paura”.

L’organizzazione ha lanciato una petizione europea per chiedere alla Commissione UE di intervenire entro il 27 maggio – data limite per registrare ufficialmente la manifestazione – e garantire il rispetto dei diritti fondamentali previsti dai trattati europei. Diverse testate hanno già acceso i riflettori sulla vicenda. Secondo *Il Post* (18 marzo 2025), la legge rappresenta “un tentativo esplicito di censurare le manifestazioni LGBT+”. *Linkiesta*, il 19 aprile, ha denunciato come il governo Orbán “mascheri la repressione da tutela pubblica”, in una strategia che molti definiscono illiberale ma legalmente mimetizzata. La risposta dell’Unione Europea, finora, è stata cauta. Ma l’urgenza cresce. “Ogni firma conta”, scrive Radványi nel suo messaggio. “Stai con noi e con l’intera comunità LGBT+ nella lotta per la libertà, per l’uguaglianza e per il Pride”.

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