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L’Italia fragile davanti allo shock energetico

di Luca Salese

Nonostante la politica guerrafondaia degli USA e il conflitto in corso, parlare di recessione sembrava eccessivo, quasi allarmistico. Oggi non lo è più. L’Italia non è entrata in una fase recessiva, ma crisi energetica, instabilità geopolitica e crescita debole stanno creando una miscela esplosiva alla quale basta una scintilla per l’innesco.

Il Governo osserva le dinamiche con crescente preoccupazione. Il messaggio del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti è chiaro: se la crisi energetica, legata al conflitto in Iran e alle tensioni sullo Stretto di Hormuz, non dovesse attenuarsi, lo scenario di una recessione nel 2026 diventerebbe concreto. Non è una previsione ma una constatazione di fragilità. Ed è forse questo il punto più delicato: l’Italia non è abbastanza forte da potersi permettere nuovi shock prolungati.

Il nervo scoperto è, ancora una volta, l’energia. L’aumento repentino dei prezzi del gas europeo e il ritorno del petrolio sopra quota 100 dollari al barile non è sono solo un dato finanziario ma un segnale anticipatore. Dietro quei numeri, c’è la paura di un blocco delle rotte energetiche e, senza Hormuz a pieno regime, l’equilibrio dei mercati globali vacilla. I Paesi produttori reggono meglio l’impatto, quelli che dipendono in larga misura dalle importazioni sono più esposti.

Le ultime rilevazioni dell’Istat raccontano di un’economia che avanza a passo corto, con fasi di crescita alternate a momenti di frenata. La produzione industriale mostra tiepidi segnali di recupero, insufficienti a reggere l’urto di uno shock energetico.

È qui che “recessione” rischia di perdere la connotazione di parola per diventare realtà. Dal punto di vista tecnico e statistico, serve una contrazione del PIL per due trimestri consecutivi per certificare una recessione ma nella percezione di famiglie e imprese ciò che conta è il portafoglio: si svuota sempre più velocemente e le previsioni sul futuro non sono certo rosee. Paure che, se dovessero perdurare, potrebbero tradursi in una contrazione dei consumi, in una minore propensione a investire e in una inevitabile riduzione della crescita occupazionale.

In questo scenario, l’instabilità energetica rappresenta un vero e proprio moltiplicatore del rischio. L’Italia continua a dipendere dal gas per circa la metà della propria produzione elettrica: una quota superiore a quella di molti partner europei. Questo ci espone al continuo saliscendi dei prezzi internazionali e alle crisi importate dalla geopolitica globale. Anche senza picchi estremi, come quelli del 2022, livelli di prezzo elevati nel tempo sono sufficienti a comprimere redditi e margini, soprattutto nei settori energivori come la siderurgia, la chimica, l’edilizia, i trasporti e la logistica, oltre ai tradizionali comparti della produzione energetica.

La crescita italiana rallenta da anni, dopo il rimbalzo post‑pandemico del 2022. Il PIL ha via via perso slancio e le attese sono state nuovamente riviste al ribasso per il 2026. In un contesto simile, vincere la partita di una maggiore flessibilità sul Patto di Stabilità potrebbe consentire al Governo un margine di manovra più ampio. Ma Bruxelles, si sa, resta poco incline a concedere eccezioni al Bel Paese.

Il rischio recessione, allo stato attuale, resta solo un rischio ma ignorarlo sarebbe un grave errore. L’Italia cammina sul filo di lana, situazione in cui basta uno scossone per una caduta. Forse, mai come oggi, il Governo in carica è depositario di un grande potere ed investito di una responsabilità altrettanto grande. Superare momenti simili richiede perizia economica e coraggio politico. Perché la crisi, quando arriva, di solito non si fa annunciare.

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