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Le demolizioni in Cisgiordania: «Costretti a lascialre i villaggi»

La situazione in Palestina continua a deteriorarsi, con la Cisgiordania che diventa il nuovo epicentro del conflitto. Mentre la tregua fragile si regge su un filo sottile, le truppe israeliane stanno intensificando la loro presenza nelle città palestinesi, e la strategia di demolizione delle abitazioni sta assumendo proporzioni preoccupanti, soprattutto nel sud della Cisgiordania. Le testimonianze degli abitanti locali e delle organizzazioni internazionali denunciano un’azione sempre più sistematica, che ha come obiettivo non solo la distruzione delle case, ma anche il forzato sfollamento delle popolazioni palestinesi dai loro villaggi, lasciandoli preda degli insediamenti dei coloni.

Nel nord della Cisgiordania, città come Tulkarem, Jenin e Nablus sono circondate dai carri armati israeliani, mentre nel sud della regione le demolizioni delle abitazioni palestinesi stanno aumentando in modo esponenziale. Dal 19 gennaio 2025, in particolare, l’intensificarsi delle operazioni di demolizione ha spinto un numero crescente di famiglie palestinesi verso una condizione di disperazione, senza casa e senza un rifugio sicuro. Secondo i dati diffusi dall’OCHA, nel solo mese di gennaio sono stati distrutti 234 edifici, un numero record che segna un’impennata significativa rispetto agli anni precedenti. Nel 2024, ad esempio, le demolizioni erano state 1.768, ma il dato attuale è il più alto dal 2009, anno in cui sono iniziati i rilevamenti.

Le testimonianze di attivisti e organizzazioni internazionali suggeriscono che la strategia israeliana stia diventando sempre più mirata e sistematica. Le demolizioni, infatti, non si limitano a danneggiare le case, ma includono anche la distruzione delle infrastrutture vitali per la sopravvivenza delle comunità palestinesi, come serbatoi d’acqua e rifugi per il bestiame. In particolare, la regione della Masafer Yatta, nel sud della Cisgiordania, è una delle più colpite, con le forze israeliane che hanno recentemente abbattuto strutture residenziali e comunitarie, sfollando numerose famiglie, tra cui molti bambini, e peggiorando ulteriormente le già difficili condizioni di vita.

Un attivista palestinese della zona, Mohammed Hureini, del movimento non violento *Youth of Sumud*, ha denunciato come queste operazioni stiano trasformando la regione in un campo di battaglia contro la popolazione civile, mirando a indebolire la comunità locale attraverso l’eliminazione delle risorse essenziali e la violazione dei diritti fondamentali. Le operazioni più recenti, come quella del 10 febbraio 2025, hanno portato alla distruzione di nove strutture vitali, inclusi serbatoi d’acqua e case, contribuendo a un’escalation di sfollamenti forzati. Le demolizioni non avvengono in un vuoto; esse si inseriscono in un contesto più ampio, in cui i coloni israeliani continuano a espandere i loro insediamenti illegali in Cisgiordania, creando una pressione costante sulle comunità palestinesi. Testimonianze locali e rapporti di attivisti internazionali suggeriscono che i coloni, spesso supportati dalle forze di occupazione israeliane, sono parte integrante di una strategia mirata a ridurre la presenza palestinese nella regione e a sostituirla con nuove colonie. L’esercito israeliano, infatti, non solo appoggia questi insediamenti, ma li accompagna attivamente durante le operazioni di demolizione, creando così un meccanismo di occupazione che si alimenta della sofferenza e della disperazione delle famiglie palestinesi.

Secondo Damiano Censi, di *Mediterranea Saving Humans*, che opera nella zona da anni, le demolizioni sono parte di una strategia più ampia di “pulizia etnica” che ha preso piede sotto l’amministrazione di Netanyahu, con il sostegno implicito della comunità internazionale, che sembra non intervenire in modo efficace contro le violazioni dei diritti umani. Censi denuncia come le demolizioni siano accompagnate da atti di violenza da parte dei coloni, che danneggiano proprietà, lanciando pietre e incendiando veicoli, prima che le ruspe arrivino, scortate dall’esercito, per abbattere le case. Le operazioni di demolizione, non solo lasciano le famiglie senza un tetto, ma minano anche l’accesso della comunità palestinese alle risorse vitali, come l’acqua e il cibo, aggravando ulteriormente la situazione umanitaria. Le attiviste e gli attivisti locali chiedono un intervento urgente da parte degli organismi internazionali per fermare queste violazioni dei diritti umani, ma la risposta internazionale sembra essere ancora insufficiente. Mentre la pressione sulle comunità palestinesi cresce, l’occupazione delle terre e la colonizzazione della Cisgiordania proseguono, con il risultato di creare un contesto in cui la vita dei palestinesi sembra sempre più insostenibile.

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