L’aquila, due anni dopo
NAPOLI (di Daniela Sasso) – L’ Aquila al suo secondo anniversario da quel tragico giorno in cui fu devastata dal terremoto. Diecimila persone che percorrono, unite in una fiaccolata, le strade del Centro. Alle ore 3.32 suonano 309 rintocchi in memoria delle 309 vittime del terribile sisma del 6 aprile 2009. La ricostruzione non c’è e non c’è stata: le strade del Centro storico ancora distrutte, chiuse, dominate solo dal fragore del silenzio e da immobili cumuli di macerie, desolate e, di notte, presiedute da truppe dell’ esercito. Le case ancora disabitate.
Quasi 39 mila le persone che, tuttora, non hanno potuto far rientro nelle proprie abitazioni, che non hanno potuto ancora riappropriarsi degli “spazi” della propria vita – spazi non solamente fisici, ma soprattutto spazi sociali e culturali, ovvero di integrazione e di identificazione individuale e collettiva.
La compromissione degli spazi di interrelazione, dunque, a fondamento di un isolamento degli individui, che, per molti, diventa rassegnazione e, tra la popolazione, si registra un incremento delle cifre di chi fà uso di psicofarmaci ed antidepressivi, nonché del tasso di mortalità tra gli anziani. La popolazione reclama, a gran voce, (almeno) il bisogno di verità.
In giornata, tra le macerie del Centro antico, è atteso l’ arrivo del Presidente Napolitano, invitato dalla Comunità aquilana, in forza di quel rapporto istituzionale ed umano solido che sempre è esistito col Capo dello Stato, per la comunità stessa, simbolo delle Istituzioni vere. Quella di Napolitano, infatti, si prefigura come una visita molto riservata: egli non parlerà, incontrerà un gruppo di studenti e i familiari delle vittime del terremoto prima della funzione religiosa, che si svolgerà nella Chiesa di Santa Maria del Suffragio. Per il Sindaco dell’ Aquila, Massimo Cialente, il Governo ha costruito “una città di cartone”, dal momento che la “ricostruzione pesante” non è ancora avvenuta. A L’ Aquila il tempo è immobile, la socialità azzerata ed i cumuli di rovine regnano tutt’ oggi incontrastati tra le vie e le piazze storiche della città.“Come verrà ricostruita la città? – s’ interrogano i cittadini – Si manterranno le caratteristiche originarie dei Borghi antichi?”.
“La distruzione della città vecchia – afferma Raffaele Colapietra, storico aquilano – è, nei fatti, la distruzione della socialità, non soltanto delle mura”. Lo storico dell’ arte Ferdinando Bologna parla di “funzioni della vita associata” come perno su cui si fonda la storia urbana di una città come L’ Aquila, la quale – come la storia c’ insegna – “fu costruita dallo slancio di tutti i castelli intorno ad essa ed ora, come allora, deve e può rinascere solamente grazie all’ appoggio di tutti i Paesi che la circondano. La città si ricostruisce solo se il popolo interviene, perché la popolazione è il deposito della tradizione”.
