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La “nuova Gaza” di Trump: la mappa del Board of Peace e il piano di ricostruzione

Donald Trump vuole trasformare la Striscia di Gaza in quella che lui stesso ha definito “una splendida proprietà”. È questa l’idea alla base del progetto presentato ieri a Davos da Jared Kushner, genero e consigliere dell’ex presidente degli Stati Uniti, in occasione della firma del nuovo Board of Peace, l’organismo internazionale promosso dall’amministrazione americana che dovrebbe occuparsi della governance e della ricostruzione dell’enclave palestinese.

Una visione ambiziosa, raccontata attraverso mappe e slide che mostrano una Gaza completamente ridisegnata: grattacieli affacciati sul mare, resort di lusso, data center, autostrade, parchi, zone industriali e quartieri residenziali. Un modello urbano che richiama esplicitamente gli skyline di Dubai e Doha e che, secondo Kushner, dovrebbe rappresentare “una nuova Gaza, un luogo di speranza”.

Le fasi della ricostruzione

Il piano statunitense si articola in più fasi, ciascuna dedicata alla ricostruzione di una porzione specifica del territorio devastato dai bombardamenti israeliani. La fase 1A riguarda Rafah, la 1B Khan Younis, la 1C nuovamente Rafah, fino ad arrivare alla fase 4, che dovrebbe coinvolgere Gaza City.

Sulle tempistiche, tuttavia, restano molte incertezze. Kushner ha parlato genericamente di tre anni, pur ammettendo che nella Striscia ci sono circa 60 milioni di tonnellate di detriti da rimuovere. Nonostante ciò, il consigliere si è detto fiducioso: “È assolutamente fattibile costruire in tre anni città per due o tre milioni di persone, come già avviene nella regione del Golfo”.

Grattacieli, turismo e infrastrutture hi-tech

Secondo la mappa presentata a Davos, Gaza verrebbe suddivisa in aree funzionali: il verde ospiterebbe parchi, infrastrutture sportive e agricole; il marrone sarebbe destinato a impianti industriali, manifattura avanzata e data center; il giallo alle aree residenziali. Lungo la costa, indicata in rosa, sorgerebbe invece una vasta zona di “turismo costiero”, con almeno 180 torri a uso misto.

Il progetto prevede anche un nuovo porto, un aeroporto, reti energetiche e digitali all’avanguardia, oltre a sistemi di trasporto pubblico locali e regionali. Nelle slide si parla di 180 centri culturali e religiosi, 75 strutture sanitarie, 200 istituti educativi e di 100mila unità abitative permanenti solo nella zona di Rafah.

Secondo le stime della Casa Bianca, il piano potrebbe generare 500mila nuovi posti di lavoro e produrre guadagni per circa 10 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni, attirando fino a 30 miliardi di investimenti.

Una visione immobiliare più che politica

Dietro la retorica della rinascita, però, emergono chiaramente le ambizioni economiche dell’operazione. Trump non ha nascosto il proprio approccio: “Sono un esperto di immobiliare e per me la posizione è tutto. Guardate questo splendido pezzo di proprietà sul mare, cosa potrebbe rappresentare. Sarà davvero fantastico”, ha dichiarato. Parole che rafforzano l’impressione che la Striscia venga immaginata come una gigantesca operazione immobiliare più che come un territorio abitato da una popolazione con diritti politici.

I nodi ancora irrisolti

Molti aspetti cruciali restano infatti senza risposta. Non è chiaro quali aziende si occuperanno materialmente della ricostruzione, chi supervisionerà i lavori né come verranno distribuiti i profitti. Soprattutto, resta aperta la questione della governance: a quale autorità verrà affidato il governo della Striscia? Per quanto tempo il Board of Peace eserciterà il controllo? E quale ruolo avranno i palestinesi nelle decisioni che riguardano il loro stesso territorio?

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