La medicina del futuro tra intelligenza artificiale e crisi del sistema
di Claudio Gammella
Città della Scienza NAPOLI 15 Maggio 2026 — In un tempo in cui l’intelligenza artificiale promette diagnosi quasi perfette, robot chirurgici operano autonomamente e gli ospedali virtuali cinesi trattano migliaia di pazienti in poche ore, il rischio più grande — secondo il presidente dell’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Napoli, Bruno Zuccarelli — non è che le macchine sostituiscano i medici. Il vero rischio è perdere il significato umano della medicina.
È questo il cuore del discorso pronunciato il 15 maggio 2026 alla Città della Scienza, durante la cerimonia del Giuramento di Ippocrate dei giovani laureati in medicina e odontoiatria. Un intervento intenso, a tratti toccante, che ha alternato visione del futuro, critica politica e memoria collettiva, trasformandosi in un vero manifesto sulla medicina che verrà.
“Potrei anche non fare il discorso dopo l’appello dei giovani medici”, ha esordito Zuccarelli, riferendosi alla richiesta lanciata dalle nuove generazioni di professionisti sanitari: “Non lasciateci andare via”. Una frase che sintetizza una delle più grandi emergenze del sistema sanitario italiano: la fuga dei medici verso l’estero o verso il privato, causata da burnout, aggressioni, precarietà e perdita di attrattività del Servizio Sanitario Nazionale.
Il presidente dell’Ordine napoletano ha costruito il suo intervento attorno a una domanda provocatoria: “C’è ancora bisogno dei medici?”. Una domanda che nasce dalla trasformazione tecnologica già in atto. Dal robot chirurgico Da Vinci al più avanzato robot Star, capace di operare autonomamente, fino ai modelli di intelligenza artificiale sviluppati in Cina, dove — secondo i dati citati durante il discorso — 42 medici virtuali avrebbero già trattato oltre 70 mila pazienti con una precisione diagnostica vicina al 100%.
“L’ospedale virtuale cinese risponde ai bisogni dei pazienti cento volte più velocemente di un reparto reale”, ha spiegato Zuccarelli. Ma subito dopo è arrivato il punto centrale della sua riflessione: “L’intelligenza artificiale non è la fine del medico. È l’occasione per tornare medici”.
Secondo il presidente dell’Ordine, l’AI non deve essere vissuta come un competitor ma come una integrazione intelligente. Oggi quasi la metà dei medici soffre di burnout e dedica gran parte della giornata a incombenze burocratiche e amministrative. Liberare il professionista da questi carichi potrebbe restituire tempo al rapporto umano con il paziente, riportando la medicina alla sua dimensione originaria: ascolto, relazione, empatia, presenza.
Nel suo intervento, Zuccarelli ha poi richiamato con forza la grande tradizione della scuola medica napoletana, citando figure storiche come Antonio Cardarelli, Domenico Cotugno, Giuseppe Moscati e Vincenzo Monaldi. Un’eredità culturale e morale che, secondo Zuccarelli, i giovani medici sono chiamati a raccogliere in uno dei momenti più difficili della sanità italiana.
Il passaggio più emozionante del discorso è arrivato nel ricordo della pandemia. “Noi siamo quelli che scrivevano sul camice ‘Mamma ti voglio bene’ prima di allontanarsi dalle famiglie”, ha detto il presidente, ricordando i oltre 300 medici e odontoiatri italiani morti durante il Covid. Una memoria che, a suo avviso, il Paese rischia di dimenticare troppo rapidamente.
Ma il discorso non si è limitato alla dimensione emotiva. Zuccarelli ha attaccato duramente le politiche sanitarie degli ultimi anni, denunciando il sottofinanziamento cronico del sistema pubblico, la crescita della spesa sanitaria privata e le disuguaglianze territoriali. “Quattro milioni e mezzo di persone rinunciano alle cure perché non riescono a mettere un piatto a tavola”, ha ricordato.
Critiche severe anche alla riforma dell’accesso a medicina, definita “una riforma scellerata”, e all’assenza di una vera programmazione sul numero dei professionisti sanitari. “Il problema non è il numero di laureati. Il problema è che i medici mancano nei reparti”, ha sottolineato.
Altro tema centrale è stato quello della violenza contro gli operatori sanitari. Aggressioni nei pronto soccorso, raid criminali negli ospedali, minacce e intimidazioni sono stati descritti come il simbolo di una sanità lasciata sola a gestire problemi strutturali enormi. “Noi medici non siamo né spie, né macellai, né fannulloni. Siamo medici. E di questo siamo orgogliosi”.
Nel finale, il presidente ha lasciato spazio a un messaggio tratto da una serie tv medica, rivolto direttamente ai giovani presenti in sala. Citando una celebre scena della serie televisiva DOC, ha ricordato il senso più profondo della professione medica:
“Noi siamo quelli che si mettono tra il paziente e la morte”.
Un passaggio accolto da un lungo applauso e che ha sintetizzato il significato politico, umano e culturale dell’intervento: in un’epoca dominata dagli algoritmi, dalla crisi del sistema sanitario e dall’incertezza sul futuro della professione, la medicina resta prima di tutto una scelta di responsabilità verso la vita.
E forse è proprio questo il messaggio più forte lanciato da Napoli ai giovani medici del 2026: la tecnologia cambierà tutto, ma nessuna intelligenza artificiale potrà sostituire il coraggio, l’empatia e la presenza umana di chi sceglie ogni giorno di curare gli altri.

