La Cina teme l’escalation nello Stretto di Hormuz e chiede la fine delle ostilità in Medio Oriente
La Cina guarda con crescente preoccupazione all’escalation del conflitto in Medio Oriente, in particolare alle tensioni che coinvolgono Iran, Stati Uniti e Israele e che rischiano di compromettere la stabilità dello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più strategici per il commercio energetico mondiale. Pechino ha ribadito la propria posizione attraverso le parole di Li Xiaoyong, incaricato d’Affari ad interim dell’Ambasciata della Repubblica Popolare Cinese in Italia, sottolineando la necessità di una cessazione immediata delle operazioni militari.
Secondo la diplomazia cinese, gli attacchi lanciati da Stati Uniti e Israele contro l’Iran costituiscono una violazione del diritto internazionale, poiché sarebbero stati effettuati senza un mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e mentre erano ancora in corso negoziati tra Washington e Teheran. Pechino sostiene da tempo che le controversie internazionali debbano essere risolte attraverso strumenti politici e diplomatici, evitando il ricorso alla forza.
La situazione appare particolarmente delicata anche dal punto di vista economico ed energetico. Lo Stretto di Hormuz rappresenta uno snodo fondamentale per il mercato globale del petrolio: prima dello scoppio delle ostilità transitava da lì circa il 20% della produzione mondiale di greggio. Una sua eventuale chiusura avrebbe ripercussioni immediate sull’economia internazionale.
Per la Cina la questione è ancora più cruciale. Oltre la metà del petrolio importato dal Paese – circa il 52% – proviene dal Golfo Persico. Negli ultimi mesi Pechino ha aumentato gli acquisti di greggio del 15,8% rispetto all’anno precedente, arrivando a importare circa 12 milioni di barili al giorno. Questa scelta è stata interpretata dagli analisti come un tentativo di rafforzare le scorte strategiche in previsione di possibili tensioni nella regione. Una parte significativa di queste importazioni proviene proprio dall’Iran, che fornisce circa 1,5 milioni di barili al giorno alla Cina, pari a circa il 13% delle sue importazioni via mare.
Alla luce di questi dati, Pechino insiste sulla necessità di mantenere aperte e sicure le rotte marittime. Li Xiaoyong ha sottolineato che la protezione dei civili e delle infrastrutture non militari deve rappresentare una linea rossa nei conflitti armati. Energia, economia e mezzi di sussistenza della popolazione, ha affermato, non dovrebbero essere presi di mira dalle operazioni militari.
La Cina ha inoltre intensificato la propria attività diplomatica nella regione. Il ministro degli Esteri Wang Yi ha avviato colloqui con diversi omologhi internazionali, mentre l’inviato speciale per il Medio Oriente, Zhai Jun, sta conducendo una serie di missioni diplomatiche nei Paesi coinvolti nel conflitto. L’obiettivo dichiarato è evitare un’ulteriore escalation e riportare le parti al dialogo.
Per quanto riguarda l’Iran, Pechino ha ribadito il principio della non ingerenza negli affari interni degli Stati. La nomina del nuovo leader supremo iraniano, Mojtaba Khamenei, è stata definita una questione interna che deve essere rispettata dalla comunità internazionale.
Il conflitto in Medio Oriente si inserisce inoltre in un contesto geopolitico più ampio. La Cina promuove un sistema internazionale multipolare e invita le grandi potenze a rispettare il diritto internazionale e la Carta delle Nazioni Unite. In questo quadro si colloca anche la cooperazione con i Paesi del gruppo BRICS e l’iniziativa cinese per una riforma della governance globale, che mira a rafforzare il ruolo dei Paesi del cosiddetto Sud globale nelle istituzioni internazionali.
Infine, Pechino guarda con attenzione anche ai rapporti con l’Europa e con l’Italia. Secondo la dipl azia cinese, la stabilità del Medio Oriente è nell’interesse diretto dei Paesi europei, che potrebbero subire pesanti conseguenze economiche in caso di crisi energetica. L’Italia, in quanto membro dell’Unione Europea e attore rilevante nel Mediterraneo, potrebbe contribuire agli sforzi diplomatici per favorire la de-escalation e sostenere una soluzione politica della questione iraniana.
Secondo la diplomazia cinese, gli attacchi lanciati da Stati Uniti e Israele contro l’Iran costituiscono una violazione del diritto internazionale, poiché sarebbero stati effettuati senza un mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e mentre erano ancora in corso negoziati tra Washington e Teheran. Pechino sostiene da tempo che le controversie internazionali debbano essere risolte attraverso strumenti politici e diplomatici, evitando il ricorso alla forza.
La situazione appare particolarmente delicata anche dal punto di vista economico ed energetico. Lo Stretto di Hormuz rappresenta uno snodo fondamentale per il mercato globale del petrolio: prima dello scoppio delle ostilità transitava da lì circa il 20% della produzione mondiale di greggio. Una sua eventuale chiusura avrebbe ripercussioni immediate sull’economia internazionale.
Per la Cina la questione è ancora più cruciale. Oltre la metà del petrolio importato dal Paese – circa il 52% – proviene dal Golfo Persico. Negli ultimi mesi Pechino ha aumentato gli acquisti di greggio del 15,8% rispetto all’anno precedente, arrivando a importare circa 12 milioni di barili al giorno. Questa scelta è stata interpretata dagli analisti come un tentativo di rafforzare le scorte strategiche in previsione di possibili tensioni nella regione. Una parte significativa di queste importazioni proviene proprio dall’Iran, che fornisce circa 1,5 milioni di barili al giorno alla Cina, pari a circa il 13% delle sue importazioni via mare.
Alla luce di questi dati, Pechino insiste sulla necessità di mantenere aperte e sicure le rotte marittime. Li Xiaoyong ha sottolineato che la protezione dei civili e delle infrastrutture non militari deve rappresentare una linea rossa nei conflitti armati. Energia, economia e mezzi di sussistenza della popolazione, ha affermato, non dovrebbero essere presi di mira dalle operazioni militari.
La Cina ha inoltre intensificato la propria attività diplomatica nella regione. Il ministro degli Esteri Wang Yi ha avviato colloqui con diversi omologhi internazionali, mentre l’inviato speciale per il Medio Oriente, Zhai Jun, sta conducendo una serie di missioni diplomatiche nei Paesi coinvolti nel conflitto. L’obiettivo dichiarato è evitare un’ulteriore escalation e riportare le parti al dialogo.
Per quanto riguarda l’Iran, Pechino ha ribadito il principio della non ingerenza negli affari interni degli Stati. La nomina del nuovo leader supremo iraniano, Mojtaba Khamenei, è stata definita una questione interna che deve essere rispettata dalla comunità internazionale.
Il conflitto in Medio Oriente si inserisce inoltre in un contesto geopolitico più ampio. La Cina promuove un sistema internazionale multipolare e invita le grandi potenze a rispettare il diritto internazionale e la Carta delle Nazioni Unite. In questo quadro si colloca anche la cooperazione con i Paesi del gruppo BRICS e l’iniziativa cinese per una riforma della governance globale, che mira a rafforzare il ruolo dei Paesi del cosiddetto Sud globale nelle istituzioni internazionali.
Infine, Pechino guarda con attenzione anche ai rapporti con l’Europa e con l’Italia. Secondo la dipl azia cinese, la stabilità del Medio Oriente è nell’interesse diretto dei Paesi europei, che potrebbero subire pesanti conseguenze economiche in caso di crisi energetica. L’Italia, in quanto membro dell’Unione Europea e attore rilevante nel Mediterraneo, potrebbe contribuire agli sforzi diplomatici per favorire la de-escalation e sostenere una soluzione politica della questione iraniana.

