Kirill Dmitriev, l’oligarca in missione diplomatica, la guerra di potere a corte di Putin
Nella diplomazia russa, nulla accade per caso. E la recente, controversa comparsa di Kirill Dmitriev sulla scena dei negoziati tra Russia e Stati Uniti ha rivelato più di quanto il Cremlino volesse far trapelare. Uomo d’affari e fedelissimo di Vladimir Putin, Dmitriev non ha mai avuto un ruolo formale nella diplomazia. Eppure, il 18 febbraio scorso, si è presentato a Riad, al fianco della delegazione ufficiale russa, in quello che avrebbe dovuto essere un incontro segreto – o quantomeno riservato – con gli emissari di Donald Trump. La presenza di Dmitriev al tavolo è stata talmente inaspettata da provocare l’irritazione visibile di Sergei Lavrov, il potente ministro degli Esteri russo, che secondo fonti citate dalla testata indipendente Agentsvo avrebbe fatto rimuovere la sedia destinata all’oligarca, commentando acidamente: “Se vuol partecipare, che sia Vladimir Vladimirovich a dirmelo”. La scena si è svolta tra i marmi sontuosi del palazzo di Diriyah, in Arabia Saudita, storica sede della casa dei Saud. Lavrov e Yury Ushakov, assistente presidenziale per la politica estera, sono gli unici ritratti nelle immagini ufficiali a colloquio con Marco Rubio, Mike Waltz e Steve Whitkoff, rispettivamente Segretario di Stato, Consigliere per la sicurezza nazionale e inviato speciale del presidente Trump. Dmitriev appare in una sola foto, da solo con i rappresentanti americani. Una conferma indiretta della sua posizione ambigua e non ufficiale.
Secondo quanto ricostruito, Dmitriev avrebbe chiesto personalmente a Putin di partecipare alla missione. Il presidente russo avrebbe acconsentito, senza però informare Lavrov: una mossa deliberata per alimentare tensioni interne e rafforzare il proprio ruolo di unico arbitro tra le fazioni del potere. Un classico del metodo putiniano, che da sempre sfrutta le rivalità tra i suoi uomini per mantenere il controllo assoluto. L’ex diplomatico russo Boris Bondarev, rifugiato in Occidente dopo aver lasciato l’Onu in dissenso con l’invasione dell’Ucraina, racconta a *Fanpage.it* un dettaglio rivelatore. “La missione di Dmitriev era segreta. Doveva allungare la trattativa, perdere tempo, annoiare Trump… per poi ottenere carta bianca su Kyiv”, dice. Una strategia di logoramento, più teatrale che diplomatica, e destinata – almeno per ora – al fallimento. Nonostante le dichiarazioni ufficiali di “progressi” rilasciate da Dmitriev a *Fox News* e all’agenzia *Tass*, la missione non ha prodotto risultati concreti. Solo qualche vaga allusione alla possibile ripresa dei voli diretti tra Stati Uniti e Federazione Russa, ancora tutta da verificare.
La vicenda mette in luce lo scontro interno ai vertici della politica estera russa. Da un lato, la diplomazia tradizionale incarnata da Lavrov, figura longeva e navigata, espressione del Mid (Ministero degli Esteri). Dall’altro, la nuova “diplomazia parallela” fatta di fedelissimi del presidente, come Dmitriev, che agiscono fuori dai canali istituzionali, forti solo della loro vicinanza personale a Putin. Bondarev non si stupisce: “Putin può umiliare pubblicamente anche il suo portavoce, come ha fatto di recente con Peskov, dicendo che ‘spara cavolate’. Nessuno si lamenta. Tutti sono incollati alle loro poltrone e ai privilegi. La lealtà al capo è tutto”. Kirill Dmitriev è noto per essere il CEO del Fondo russo per gli investimenti diretti (Rdif), uno strumento finanziario del Cremlino usato per attrarre capitali stranieri e consolidare il controllo dello Stato sull’economia.

