Iran, ucciso Khamenei: pioggia di missili su Israele e basi USA, il conflitto si allarga
La crisi in Medio Oriente ha raggiunto un punto di rottura senza precedenti. Dopo l’uccisione della Guida Suprema iraniana, Ali Khamenei, confermata dai media statali di Teheran, l’Iran ha promesso una risposta “molto dura”, lanciando missili contro obiettivi israeliani e basi statunitensi nel Golfo. Il presidente americano Donald Trump ha replicato con parole altrettanto nette: “È meglio che non lo facciano, perché se lo facessero li colpiremmo con una forza mai vista prima”.
Nuova ondata di raid su Teheran
Le Israel Defense Forces hanno annunciato una nuova e “ampia ondata di attacchi” nel cuore della capitale iraniana. Secondo quanto dichiarato sui social, l’aeronautica israeliana avrebbe colpito obiettivi del “regime terroristico iraniano”, con l’obiettivo dichiarato di stabilire la superiorità aerea e aprire la strada verso Teheran.
Nonostante Israele sostenga di aver preso di mira infrastrutture militari, il bilancio delle vittime civili appare pesantissimo. La Mezzaluna Rossa parla di oltre 200 morti in un solo giorno, di cui almeno 148 in una scuola femminile. L’ambasciatore iraniano alle Nazioni Unite ha denunciato attacchi deliberati contro quartieri residenziali, accusando Washington di aver colpito aree civili in diverse città.
Missili su Tel Aviv e sulle basi USA nel Golfo
In risposta, Teheran ha lanciato un fitto lancio di missili su Tel Aviv e contro basi statunitensi nel Golfo: Doha, Manama e Kuwait City sono state tra le città interessate. A Dubai un missile o drone iraniano ha colpito un edificio che ospita funzionari americani, mentre un altro attacco avrebbe interessato l’isola artificiale di Palm Jumeirah e l’aeroporto internazionale.
Lo spazio aereo di diversi Paesi – Israele, Qatar, Siria, Iran, Iraq, Kuwait, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti – è stato chiuso. Oltre 1.800 voli sono stati cancellati. Secondo i dati del monitoraggio aereo, gli hub di Dubai, Abu Dhabi e Doha risultano paralizzati. Le principali compagnie della regione, Emirates, Qatar Airways ed Etihad Airways, che normalmente trasportano circa 90mila passeggeri al giorno ciascuna, hanno sospeso o dirottato centinaia di rotte.
Circa 200 studenti italiani sono bloccati a Dubai a causa della chiusura dello spazio aereo. La Farnesina ha rassicurato le famiglie, dichiarando che i ragazzi sono al sicuro negli hotel.
Proteste e tensioni regionali
La crisi ha avuto immediate ripercussioni anche fuori dall’area direttamente coinvolta. A Karachi, nel sud del Pakistan, almeno nove persone sono morte durante proteste filo-iraniane davanti al consolato statunitense. Centinaia di manifestanti hanno tentato di assaltare l’edificio, scavalcando i cancelli e rompendo finestre prima dell’intervento delle forze di sicurezza.
Intanto lo Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il traffico petrolifero mondiale, è stato chiuso. Da quel passaggio transita una quota rilevantissima del greggio diretto in Europa e Asia: il blocco rischia di provocare un’impennata dei prezzi energetici e nuove turbolenze sui mercati globali.
Il fronte geopolitico: Washington guarda a Pechino
Se Israele sembra perseguire un obiettivo di egemonia regionale e di neutralizzazione definitiva della minaccia iraniana, per gli Stati Uniti l’attacco a Teheran assume una dimensione più ampia. Colpire l’Iran significa anche inviare un messaggio a Pechino.
La Cina, primo importatore di petrolio iraniano e partner strategico di Teheran, vede messa a dura prova la propria tradizionale politica di non interferenza. In gioco non c’è soltanto la sicurezza energetica, ma anche l’intera infrastruttura diplomatica ed economica costruita negli ultimi anni attraverso accordi e investimenti nell’area.
Il presidente Xi Jinping si trova di fronte a un bivio simile a quello affrontato da Vladimir Putin nel conflitto ucraino: sfruttare lo spazio geopolitico che si apre nel Pacifico, approfittando della concentrazione americana in Medio Oriente, oppure proteggere l’alleato iraniano e i propri investimenti strategici, rischiando però un confronto diretto – o indiretto – con Washington.
Nuova ondata di raid su Teheran
Le Israel Defense Forces hanno annunciato una nuova e “ampia ondata di attacchi” nel cuore della capitale iraniana. Secondo quanto dichiarato sui social, l’aeronautica israeliana avrebbe colpito obiettivi del “regime terroristico iraniano”, con l’obiettivo dichiarato di stabilire la superiorità aerea e aprire la strada verso Teheran.
Nonostante Israele sostenga di aver preso di mira infrastrutture militari, il bilancio delle vittime civili appare pesantissimo. La Mezzaluna Rossa parla di oltre 200 morti in un solo giorno, di cui almeno 148 in una scuola femminile. L’ambasciatore iraniano alle Nazioni Unite ha denunciato attacchi deliberati contro quartieri residenziali, accusando Washington di aver colpito aree civili in diverse città.
Missili su Tel Aviv e sulle basi USA nel Golfo
In risposta, Teheran ha lanciato un fitto lancio di missili su Tel Aviv e contro basi statunitensi nel Golfo: Doha, Manama e Kuwait City sono state tra le città interessate. A Dubai un missile o drone iraniano ha colpito un edificio che ospita funzionari americani, mentre un altro attacco avrebbe interessato l’isola artificiale di Palm Jumeirah e l’aeroporto internazionale.
Lo spazio aereo di diversi Paesi – Israele, Qatar, Siria, Iran, Iraq, Kuwait, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti – è stato chiuso. Oltre 1.800 voli sono stati cancellati. Secondo i dati del monitoraggio aereo, gli hub di Dubai, Abu Dhabi e Doha risultano paralizzati. Le principali compagnie della regione, Emirates, Qatar Airways ed Etihad Airways, che normalmente trasportano circa 90mila passeggeri al giorno ciascuna, hanno sospeso o dirottato centinaia di rotte.
Circa 200 studenti italiani sono bloccati a Dubai a causa della chiusura dello spazio aereo. La Farnesina ha rassicurato le famiglie, dichiarando che i ragazzi sono al sicuro negli hotel.
Proteste e tensioni regionali
La crisi ha avuto immediate ripercussioni anche fuori dall’area direttamente coinvolta. A Karachi, nel sud del Pakistan, almeno nove persone sono morte durante proteste filo-iraniane davanti al consolato statunitense. Centinaia di manifestanti hanno tentato di assaltare l’edificio, scavalcando i cancelli e rompendo finestre prima dell’intervento delle forze di sicurezza.
Intanto lo Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il traffico petrolifero mondiale, è stato chiuso. Da quel passaggio transita una quota rilevantissima del greggio diretto in Europa e Asia: il blocco rischia di provocare un’impennata dei prezzi energetici e nuove turbolenze sui mercati globali.
Il fronte geopolitico: Washington guarda a Pechino
Se Israele sembra perseguire un obiettivo di egemonia regionale e di neutralizzazione definitiva della minaccia iraniana, per gli Stati Uniti l’attacco a Teheran assume una dimensione più ampia. Colpire l’Iran significa anche inviare un messaggio a Pechino.
La Cina, primo importatore di petrolio iraniano e partner strategico di Teheran, vede messa a dura prova la propria tradizionale politica di non interferenza. In gioco non c’è soltanto la sicurezza energetica, ma anche l’intera infrastruttura diplomatica ed economica costruita negli ultimi anni attraverso accordi e investimenti nell’area.
Il presidente Xi Jinping si trova di fronte a un bivio simile a quello affrontato da Vladimir Putin nel conflitto ucraino: sfruttare lo spazio geopolitico che si apre nel Pacifico, approfittando della concentrazione americana in Medio Oriente, oppure proteggere l’alleato iraniano e i propri investimenti strategici, rischiando però un confronto diretto – o indiretto – con Washington.

