Infiltrato tra le fila di Potere al Popolo: il caso che scuote il Viminale
La vicenda dell’agente infiltrato nelle attività di Potere al Popolo si arricchisce di nuovi dettagli e documenti esclusivi che mettono in discussione la versione ufficiale delle forze dell’ordine. Fanpage.it ha pubblicato un’inchiesta che rivela come il giovane poliziotto – classe 2004, appena ventunenne – fosse in servizio presso la Direzione centrale della polizia di prevenzione, la struttura del Ministero dell’Interno preposta alle attività di antiterrorismo, spesso definita come “polizia politica”.
L’agente in questione avrebbe iniziato a frequentare stabilmente il partito Potere al Popolo a Napoli nell’ottobre 2024, due mesi prima di essere formalmente trasferito dall’ufficio operativo della Questura di Milano all’antiterrorismo. La sua attività tra le fila del partito, durata circa sette mesi, è stata intensa: presente a riunioni, manifestazioni, interventi pubblici al megafono. Un impegno che ha insospettito gli attivisti, specie per la regolarità dei suoi orari: sempre presente nei giorni feriali, sistematicamente assente nei weekend con la scusa di “tornare a casa dai suoi”. Una copertura che reggeva fino a un certo punto: il giovane agente non aveva eliminato dai suoi profili social tutte le tracce della sua appartenenza alla polizia, come sostenuto da alcune fonti ufficiali. La sua biografia e i documenti ottenuti mostrano un percorso limpido e lineare: arruolato nel 2023, assegnato inizialmente a Milano e poi destinato all’antiterrorismo nel dicembre 2024.
Uno degli aspetti più controversi della vicenda riguarda la presunta assenza di un’autorizzazione dell’autorità giudiziaria per l’attività di “infiltrazione”. Fonti di polizia hanno fatto trapelare che l’agente non sarebbe stato incaricato ufficialmente di un’operazione di spionaggio, sollevando dubbi su come sia stato possibile un coinvolgimento così prolungato e sistematico senza un preciso mandato. Se l’ipotesi fosse confermata, ci si troverebbe davanti a una condotta che, pur in assenza di autorizzazione formale, avrebbe richiesto comunque un ordine interno da parte dei superiori dell’agente. Un ordine che, in tal caso, si collocherebbe in una zona grigia della legalità operativa. Tra le ipotesi fatte circolare informalmente per giustificare la presenza dell’agente all’interno del partito, si è parlato di una presunta relazione sentimentale con una militante. Una versione smentita dai fatti: l’agente avrebbe sempre dichiarato di essere fidanzato con una ragazza pugliese, e non risulterebbero relazioni o interazioni di tipo sentimentale con nessuna attivista di Potere al Popolo.
Il caso ha superato i confini dell’ambito giornalistico per entrare nel vivo del dibattito politico. Diverse forze di opposizione – Alleanza Verdi e Sinistra, Partito Democratico e Movimento 5 Stelle – hanno già annunciato interrogazioni parlamentari, chiedendo al Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi chiarimenti ufficiali in aula. Il nodo centrale resta: se non esiste un mandato giudiziario, chi ha autorizzato l’operazione? E se un agente dell’antiterrorismo ha agito autonomamente per infiltrarsi in un partito politico, con quale scopo e con quali coperture? La questione tocca principi fondamentali di democrazia e trasparenza, mettendo sotto i riflettori i limiti – o le falle – dell’attività di intelligence interna.
L’agente in questione avrebbe iniziato a frequentare stabilmente il partito Potere al Popolo a Napoli nell’ottobre 2024, due mesi prima di essere formalmente trasferito dall’ufficio operativo della Questura di Milano all’antiterrorismo. La sua attività tra le fila del partito, durata circa sette mesi, è stata intensa: presente a riunioni, manifestazioni, interventi pubblici al megafono. Un impegno che ha insospettito gli attivisti, specie per la regolarità dei suoi orari: sempre presente nei giorni feriali, sistematicamente assente nei weekend con la scusa di “tornare a casa dai suoi”. Una copertura che reggeva fino a un certo punto: il giovane agente non aveva eliminato dai suoi profili social tutte le tracce della sua appartenenza alla polizia, come sostenuto da alcune fonti ufficiali. La sua biografia e i documenti ottenuti mostrano un percorso limpido e lineare: arruolato nel 2023, assegnato inizialmente a Milano e poi destinato all’antiterrorismo nel dicembre 2024.
Uno degli aspetti più controversi della vicenda riguarda la presunta assenza di un’autorizzazione dell’autorità giudiziaria per l’attività di “infiltrazione”. Fonti di polizia hanno fatto trapelare che l’agente non sarebbe stato incaricato ufficialmente di un’operazione di spionaggio, sollevando dubbi su come sia stato possibile un coinvolgimento così prolungato e sistematico senza un preciso mandato. Se l’ipotesi fosse confermata, ci si troverebbe davanti a una condotta che, pur in assenza di autorizzazione formale, avrebbe richiesto comunque un ordine interno da parte dei superiori dell’agente. Un ordine che, in tal caso, si collocherebbe in una zona grigia della legalità operativa. Tra le ipotesi fatte circolare informalmente per giustificare la presenza dell’agente all’interno del partito, si è parlato di una presunta relazione sentimentale con una militante. Una versione smentita dai fatti: l’agente avrebbe sempre dichiarato di essere fidanzato con una ragazza pugliese, e non risulterebbero relazioni o interazioni di tipo sentimentale con nessuna attivista di Potere al Popolo.
Il caso ha superato i confini dell’ambito giornalistico per entrare nel vivo del dibattito politico. Diverse forze di opposizione – Alleanza Verdi e Sinistra, Partito Democratico e Movimento 5 Stelle – hanno già annunciato interrogazioni parlamentari, chiedendo al Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi chiarimenti ufficiali in aula. Il nodo centrale resta: se non esiste un mandato giudiziario, chi ha autorizzato l’operazione? E se un agente dell’antiterrorismo ha agito autonomamente per infiltrarsi in un partito politico, con quale scopo e con quali coperture? La questione tocca principi fondamentali di democrazia e trasparenza, mettendo sotto i riflettori i limiti – o le falle – dell’attività di intelligence interna.

