Gigi D’Alessio e i brani firmati dal boss Giuliano: l’inchiesta di “Confidential”
Nonostante una diffida legale arrivata a poche ore dalla messa in onda, la puntata di “Confidential”, il live show investigativo di Fanpage.it e Deepinto trasmesso su YouTube, è andata regolarmente online. Al centro della puntata, una ricostruzione documentale e testimoniale sui rapporti artistici e professionali tra il cantante Gigi D’Alessio e Luigi Giuliano, detto “Lovigino”, storico capo dell’omonimo clan camorristico di Forcella.
L’inchiesta si concentra sugli esordi della carriera del cantautore napoletano nei primi anni Novanta, un periodo complesso per la città e per l’industria musicale locale. Secondo i documenti SIAE consultati dalla redazione di Confidential, tra il 1991 e il 1998 Luigi Giuliano risulta autore o coautore di almeno 16 brani incisi da D’Alessio. Tra questi figurano anche canzoni diventate negli anni molto popolari, come “Cient’anne” e “Annarè”.
Dal punto di vista formale, la firma di Giuliano sui brani non costituisce un’irregolarità: i diritti d’autore risultano regolarmente registrati. Tuttavia, il dato assume rilievo pubblico se inserito nel contesto del ruolo criminale dell’autore e del sistema culturale ed economico in cui quelle canzoni sono nate e si sono diffuse.
La puntata si apre con il racconto di una telefonata con Marianna Giuliano, figlia del boss e moglie di Michele Mazzarella, anche lui esponente di primo piano della camorra napoletana. La donna conferma che il padre percepiva diritti d’autore per “Cient’anne” e ricorda l’esibizione di D’Alessio al suo matrimonio nel 1996, celebrato alla Sonrisa. Un episodio che il cantante ha sempre minimizzato negli anni, dichiarando di non essere a conoscenza dell’identità criminale degli sposi.
In studio, il conduttore Francesco Piccinini e il giornalista e scrittore Gennaro Marco Duello provano a collocare la vicenda nel quadro più ampio della Napoli degli anni Novanta. Viene descritto il mondo della musica neomelodica come un “mercato parallelo”, spesso sostenuto da capitali di provenienza illecita e utilizzato anche come strumento di riciclaggio. In questo scenario, secondo i giornalisti, per molti artisti emergenti l’accesso a quel circuito rappresentava una tappa quasi obbligata.
A rafforzare questa ricostruzione intervengono le testimonianze di collaboratori di giustizia ed ex appartenenti ai clan. Tra questi, Gennaro Panzuto parla di un presunto sostegno economico e promozionale del clan Giuliano alla carriera di D’Alessio, citando investimenti, strategie di lancio e relazioni nel settore musicale. Tali affermazioni vengono però contestate in diretta da Roberto Merola, figlio del cantante Mario Merola, che ne mette in dubbio la veridicità.
Nel corso della trasmissione viene dato spazio anche alla posizione di Gigi D’Alessio. Contattato prima della messa in onda, il cantante ha rifiutato un confronto diretto e, tramite i suoi legali, ha diffidato la redazione dalla pubblicazione, chiedendo di poter visionare preventivamente documenti e interviste. La richiesta è stata respinta, richiamando il diritto di cronaca. In una breve telefonata trasmessa durante la diretta, D’Alessio ribadisce di aver già chiarito in passato la propria posizione, attribuendo la responsabilità dei testi a Vincenzo D’Agostino, altro storico paroliere.
Uno degli elementi centrali dell’inchiesta riguarda proprio le diverse versioni fornite dal cantante nel corso degli anni sulla genesi di “Cient’anne”. Secondo Confidential, i racconti rilasciati dal 1997 a oggi – tra collaborazione artistica, brano “imposto” o incontro marginale – non coincidono pienamente né tra loro né con i dati documentali.
La puntata si chiude sottolineando un punto fondamentale: l’inchiesta non attribuisce reati a Gigi D’Alessio né mette in discussione il suo valore artistico. Piuttosto, solleva una questione culturale e storica di interesse pubblico: il rapporto tra criminalità organizzata, industria musicale e successo popolare in una città dove, per lungo tempo, il confine tra legale e illegale è stato sfumato e spesso normalizzato. Una “zona grigia” che, secondo gli autori, merita ancora oggi di essere raccontata e compresa.

