Educazione sedssuale, Cecchettin: «Una necessità non rinviabile»
Ospite a Che Tempo Che Fa, Gino Cecchettin torna a parlare con lucidità e fermezza di uno dei temi più urgenti per le nuove generazioni: l’introduzione strutturale dell’educazione sessuale e affettiva nella scuola italiana. Una necessità che, secondo lui, non è più rinviabile, e che trova conferma concreta nel suo confronto diretto con studenti, docenti e dirigenti scolastici in tutto il Paese.
Cecchettin parte da un dato di realtà che definisce senza mezzi termini preoccupante. L’accesso agli smartphone avviene ormai tra gli 8 e i 10 anni, e da quel momento i ragazzi sono costantemente connessi a un mondo che spesso li educa in maniera distorta: “Nel momento in cui diamo questa opportunità ai ragazzi, sono connessi con il mondo, perdiamo il controllo perché loro vengono educati nel peggiore dei modi… dalla pornografia.” Di fronte a questo scenario, l’idea che l’educazione sessuale possa “corrompere” gli adolescenti appare paradossale. A 13 anni – osserva Cecchettin – qualsiasi ragazzo trova ogni tipo di contenuto in rete. Il problema non è l’educazione, ma la sua assenza.
Educazione sessuale e affettiva: un vuoto che nessuno colma
Cecchettin sottolinea come oggi i giovani non ricevano alcuna educazione all’affettività, mentre finiscono spesso per reperire online informazioni confuse o dannose. Questo spiega perché gli adolescenti siano spinti addirittura a consultare l’Intelligenza Artificiale come sostituto di un supporto psicologico: “La metà degli adolescenti che utilizza internet e l’intelligenza artificiale la sfrutta come consulente psicologico. Questo è aberrante.” Un uso distorto che mostra la solitudine emotiva in cui molti ragazzi si trovano, e che evidenzia il bisogno di figure educative reali: insegnanti formati, capaci di guidarli nella comprensione delle emozioni e delle difficoltà che vivono. Uno dei nodi centrali riguarda la richiesta di consenso delle famiglie per introdurre programmi di educazione affettiva e sessuale nelle scuole medie. Cecchettin non nasconde la complessità del tema: “Ha senso riferirsi alle famiglie? Perché se ci sono problemi di questo tipo, vuol dire che le famiglie non sono in grado di affrontarli.” Non per colpa – precisa – ma per mancanza di strumenti. E il quadro diventa drammatico considerando che oltre l’80% della violenza di genere avviene proprio in famiglia. Come si può allora demandare a quei contesti il compito di autorizzare un’educazione che potrebbe aiutare a prevenire la violenza stessa? Per Cecchettin gli indirizzi educativi devono essere stabiliti dal Ministero dell’Istruzione e portati avanti dalle scuole tramite professionisti formati. L’obiettivo non è scavalcare la famiglia, ma costruire un partenariato reale e concreto: “L’educazione è un partenariato tra famiglie e scuola, ma ci sono famiglie dove questo non avviene.” La scuola deve quindi farsi carico di garantire ai ragazzi una formazione adeguata, anche – e soprattutto – dove le famiglie non possono o non sanno intervenire.

