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….E poi ci sono loro

Ospedale spichiatrico di Aversa

NAPOLI (di Attilio Iannuzzo) – Sono personaggi sconosciuti, dimenticati, sempre disperati, torturati e segnati dalla malattia mentale, eppure nella memoria collettiva sono noti come i “malati di mente”. Tutti sanno della loro esistenza, tutti li abbandonano al loro destino, talvolta gli stessi familiari non ne vogliono sapere. L’ennesima tragedia. la scorsa notte si è suicidato nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa un internato rumeno di 58 anni. L’uomo era recluso da otto anni. Ne dà notizia Dario Stefano Dell’Aquila, portavoce di Antigone Campania, un’associazione che si occupa di diritti e garanzie nel sistema penale. Non un parente, non un amico, ma un’associazione che si occupa di loro. Accade spesso che la notizia la apprendano e la diffondano altri, quelli che non conoscono i detenuti, ma che si occupano da sempre dei loro problemi. Un tramite tra loro e l’esterno, che diventa un privilegio per alcuni, una speranza per altri. L’unica valvola di sfogo, l’unico mezzo di espressione. Potersi esprimere sarebbe una grande ed efficace medicina, ma a loro non è concesso. L’ospedale ha tutte le caratteristiche del carcere: ci sono le porte blindate, le guardie con la chiave, le ore d’aria. In alcune sezioni gli internati sono in cella, come in carcere, 22 ore al giorno mentre in altre, dove ci sono i casi meno gravi, vi è maggiore libertà. E’ quindi un contesto di sofferenza, una realtà lontana dalla società. Le cure mediche sono carenti, non solo quelle psichiatriche. Il dentista, per esempio, è presente solo una volta a settimana. Nei migliori dei casi vi è un deperimento degli internati piuttosto che un miglioramento. E’ a tutti gli effetti un manicomio criminale, ma si è preferito dare un nome meno brutale.

 

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