Cronaca

Caccia ai fiancheggiatori di Caterino “E ora prendiamo Zagaria”

L'arresto di Marco Caterino

CASERTA (di Dario del Porto)  Un’abitazione nel cuore di Casal di Principe, distante 500 metri in linea d’aria dagli uffici investigativi della polizia. Nella stanza degli ospiti di questa casa di via Toscanini di proprietà di un muratore incensurato, due letti e una borsa. La borsa di Mario Caterino, 54 anni, numero 2 del clan dei Casalesi arrestato ieri venti minuti dopo mezzogiorno dagli agenti della squadra mobile di Caserta a conclusione dell’indagine coordinata dai magistrati del pool guidato dal procuratore aggiunto Federico Cafiero de Raho. Caterino ha tentato di fuggire attraverso i tetti, l’appartamento però era stato circondato da una ventina di uomini mentre, dall’alto, veniva sorvegliato da un elicottero. Era ricercato dal settembre 2005.

«Dove mi sono nascosto? In tutto il mondo. Ho girato tutto il mondo. Se ho contatti con Zagaria? No», ha replicato al Tg1 prima di essere condotto in carcere e dopo aver accompagnato i flash dei fotografi con un sorriso sarcastico e le esultanze degli investigatori con applauso ironico.

«Prima o poi doveva succedere», aveva invece detto ai poliziotti il latitante, inseguito da una condanna all’ergastolo. Poi, in questura, incontrando gli inquirenti, ha provato a ridimensionare il suo ruolo nell’organizzazione: «Su di me si dicono solo favole», ha affermato. Non è così, come ha stabilito il processo “Spartacus”, il più importante istruito sulla cosca di Gomorra, all’esito del quale Caterino è stato riconosciuto colpevole dell’omicidio di Vincenzo De Falco, ucciso il 2 febbraio 1991. E come ha ribadito l’inchiesta “Spartacus 3”, nella quale Caterino è destinatario di un’ordinanza di custodia.

Ma gli applausi con i quali gli investigatori, i volti ancora coperti da passamontagna, hanno salutato la cattura sono giustificati anche dal ruolo sempre più preminente assunto negli anni da Caterino che, così come ricostruito dagli inquirenti, era salito nella scala gerarchica del clan fino a diventare il vero numero 2 dopo l’ultimo inafferrabile, Michele Zagaria. Durante la fuga non aveva telefono cellulare (l’unico è stato sequestrato al proprietario dell’immobile, Crescenzo Della Corte, 41 anni, nessun precedente, arrestato per favoreggiamento) né armi. Nel blitz una donna che abitava in un appartamento adiacente a quello dove il boss si rifugiava è rimasta contusa, mentre era affacciata, da una tegola caduta dal tetto a causa dello spostamento d’aria determinato dall’elicottero delle forze dell’ordine.

Quello di via Toscanini era un covo di passaggio, dove Caterino era arrivato da al massimo un paio di giorni e da dove si sarebbe allontanato forse già ieri sera verso un’altra destinazione, sempre nella zona di Casal di Principe. Scelta dettata non solo per dall’esigenza di vedere la moglie, dalla quale ha avuto due figli, uno dei quali durante la latitanza. Ma soprattutto dalla necessità di incontrare i fiancheggiatori attraverso i quali gestiva l’organizzazione, comunicando con l’unico mezzo rimasto, i “pizzini” che quasi sempre vengono dati alle fiamme subito dopo la consultazione. Altro che fuga «in tutto il mondo», dunque.

Caterino, come tutti i latitanti “operativi”, non poteva allontanarsi dal territorio. «Quando arrestammo Francesco Schiavone era in un bunker, ma a casa sua», ha ricordato Guido Longo, il superpoliziotto che 13 anni fa, come capo della Dia di Napoli, pose fine alla fuga di “Sandokan” e ora continua la caccia ai latitanti di Gomorra come questore di Caserta. Sulla rete di protezione e comunicazione intrecciata da Caterino proseguono adesso le indagini, condotte dai pm Antonio Ardituro, Giovanni Conzo, Raffaello Falcone, Catello Maresca e Cesare Sirignano e delegate alla squadra mobile diretta da Angelo Morabito e dalla sezione di Casal di Principe guidata da Alessandro Tocco. Lo stesso gruppo di lavoro che, con l’ausilio dello Sco, della squadra mobile di Napoli e dell’esercito ha lavorato all’operazione conclusa ieri con l’arresto di Caterino. Il latitante teneva anche la “cassa” del clan e i pentiti citati nell’inchiesta “Spartacus 3” parlano di lui come di elemento di primo piano del gruppo, nel 1996 comunicò agli affiliati le indicazioni contenute in un “pizzino” dell’allora latitante “Sandokan” e addirittura, mentre era in cella, aveva le mappe catastali dell’area dove avrebbe dovuto essere realizzato l’aeroporto di Grazzanise. «Spero e sono sicuro che le forze dell’ordine mi faranno un altro regalo — ha auspicato il procuratore capo Giandomenico Lepore — l’arresto di Zagaria». (Repubblica)

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