Al Riot gli Urban Sketchers e il video-concerto su Bagnoli anni ’70
NAPOLI – (di Daniela Giordano) Il Riot Studio ha aperto le porte lo scorso weekend a un workshop dedicato ai cosiddetti Urban Sketchers, una community di artisti e architetti paesaggisti, nata on line nel 2007 su flickr – il social di appassionati di fotografia e arti visive – col tempo divenuta organizzazione no-profit. Lo scopo era quello di mostrare e condividere il valore artistico e narrativo di un luogo qualunque, vissuto o conosciuto brevemente durante un viaggio, attraverso il disegno a mano libera fatto sul posto, così da rendere l’emozione provata in quel preciso istante. Il tutto possibilmente su un taccuino, da cui trae origine il nome (sketchbook, significa appunto taccuino). Una sorta di foto-arte che ha permesso di mettere in connessione persone di tutto il mondo, ognuno con le personali cartoline self-made. Il Riot ha ospitato per il secondo anno consecutivo la rassegna. Numerosi erano gli stranieri seduti in giardino a disegnare sui propri taccuini finché la luce del giorno l’ha permesso.
In chiusura, domenica sera, il party finale è stato dedicato a una performance particolare. Francesco Francone, chitarrista elettrico e acustico, ha suonato dal vivo la sua ultima composizione musicale. Grazie a un coinvolgente sodalizio, nato nell’ultimo anno con Maurizio Russo, architetto paesaggista e artista, ha presentato: “KALIYUGA – In Terre Ardenti”, la speciale pellicola realizzata a cavallo tra gli anni ‘70 e ‘80 in Super8 a Bagnoli e tutta l’area flegrea. È il caso di dire che da episodi fortuiti spesso nascono le migliori perle perché – come ci ha spiegato lo stesso musicista, prima di dare inizio al suo live – si trattava di immagini di quei territori (compreso il complesso Italsider, ancora funzionante) che Maurizio Russo aveva girato all’epoca e poi dimenticato e che, una volta ritrovate lo scorso anno, ne ha voluto dare corpo e anima montandole, utilizzando ancora una volta apparecchiature analogiche che gli permettessero di rispettare il carattere vintage del girato. E in effetti, l’intento di rendere tutto molto suggestivo è stato facilmente raggiunto, con i toni sbiaditi della fotografia e i salti di pellicola tipici dei filmati datati. Ma più di tutto erano le immagini stesse a generare emozione nel pubblico presente, che ricordava ancora nitidamente le auto e i luoghi di quegli anni.
Francesco Francone ha composto la colonna sonora e l’ha suonata dal vivo durante la proiezione, regalando al filmato il giusto spessore che meritava. La carrellata di immagini era incastrata in un perfetto continuum alla musica: sonorità ai limiti della psichedelia e del classico sperimentale, magistralmente alternate ad arpeggi acustici, per una melodia sopraffina e piacevole all’ascolto. Se da un lato, le immagini richiamavano quanto di metallico poteva emergere in un fiorente polo industriale, quale appunto Bagnoli desiderava essere, dall’altro era un trionfo di paesaggi, da Nisida e per tutto il litorale marittimo. Meraviglie che ancora oggi troviamo immutate a pochi passi. E lo scopo del video era appunto mostrare la bellezza incantevole di quei luoghi, commovente, quasi a voler sperare del tutto incontaminati, proprio per mettere in piedi la denuncia di quanto invece siano stati martoriati. Non a caso (ancora una volta, le coincidenze..), il filmato termina con le immagini dell’incendio doloso di Città della Scienza dello scorso 4 marzo, giusto mentre il regista stava terminando la sessione di montaggio.
Lo stesso titolo, Kaliyuga, è un termine preso in prestito dalla religione induista che rievoca un’era oscura, di distruzione e numerosi conflitti, di generale ignoranza spirituale. Ecco, dunque, il collegamento con il finale. Nonostante gli anni trascorsi, nulla sembrerebbe cambiato e quei conflitti, quell’ignoranza, sono oggi ancor più presenti. È vero, quando tutto è distrutto si tende in genere a lasciar spazio alle speranze: ricominciare daccapo, ricostruire, dar vita a un nuovo inizio. Il filmato non mostra questo, lascia un punto interrogativo. Lascia che la speranza sorga spontaneamente allo spettatore. Preferisce fermarsi su un grido, quell’unica straziante nota acuta, tenuta a lungo dal chitarrista, come a voler sembrare un lamento. La stessa con cui comincia il filmato. Forse, la speranza è proprio in quel grido. Disperato, di denuncia, come i tanti che sentiamo levare dalle proteste degli abitanti. Che venga suonato il più a lungo e ai toni più alti possibili. Che quella nota, quel grido, raggiungano le orecchie di chi ancora oggi non vuol sentire.
