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“Progetto cittadini campani”, un piano alternativo dei rifiuti

NAPOLI – E’ partita da Piazza Dante, per concludersi a Piazza del Plebiscito, la manifestazione indetta dai Comitati uniti nel “Progetto cittadini campani” per un piano alternativo dei rifiuti, alla quale ha preso parte anche il Forum Italiano dei Movimenti per l’ Acqua contro la privatizzazione di un bene comune, l’ acqua appunto, che appartiene a tutti.

Una manifestazione “senza colore” che ha accomunato tutti, movimenti organizzati di Napoli e Provincia e, soprattutto, i cittadini provenienti da varie zone della Campania, che sono insorti, manifestando il loro dissenso nei confronti dell’ attuale situazione, ma anche nei confronti delle possibili alternative – proposte tanto dalle Amministrazioni passate, quanto da quelle che vorrebbero “illuminare” il futuro della nostra Regione – alla risoluzione del problema smaltimento rifiuti che, da anni, ci attanaglia senza il benché minimo spiraglio di risoluzione reale.

 

NO ALLA COSTRUZIONE DI INCENERITORI!” – questo il grido dei manifestanti.

Gli inceneritori non rappresentano la soluzione al problema rifiuti senza che abbiano ripercussioni gravi sullo stato di salute dei cittadini: “Essi non rispettano la legge nazionale, secondo cui bisogna privilegiare la riduzione dei rifiuti, la raccolta differenziata, il recupero, il riciclaggio, il compostaggio”.

Ma gli inceneritori, in Italia, rappresentano un enorme affare: i rifiuti sono considerati una fonte di energia rinnovabile e la loro combustione è incentivata con circa 60 Euro alla tonnellata (CIP 6).

 

Già nel 1997, la Giunta Regionale di Destra, presieduta da Rastrelli, contravvenendo a tale legge nazionale, aveva varato un Piano che prevedeva la realizzazione di sette impianti CDR (impianti che separano la parte bruciabile dei rifiuti- circa il 40% – da quella non bruciabile) e di due enormi inceneritori in grado di bruciare tutta la spazzatura prodotta in Campania.

La costruzione di questi impianti CDR e degli inceneritori, inoltre, venne affidata alla FIBE (Gruppo Impregilo) , in virtù dei costi molto competitivi e dei tempi di realizzazione molto brevi (circa un anno). Tuttavia, il termovalorizzatore progettato era di vecchio stampo e particolarmente inquinante, pertanto, non rispondente ai requisiti imposti dalla legge.

 

Intanto, gli ingenti fondi messi a disposizione della Regione Campania – dalla Comunità Europea – per la costruzione dei sette impianti CDR e del termovalorizzatore di Acerra, sono stati impiegati da Bassolino per pagare profumatamente consulenti e per assumere lavoratori – raccomandati da AN, Pdl, PD – per la raccolta differenziata senza, tuttavia, mai farla partire e, soprattutto, senza costruire impianti di compostaggio, volti alla trasformazione dei rifiuti organici in concime.

Risultato: gli impianti CDR messi in funzione, anziché produrre CDR (combustibile dai rifiuti) a norma di legge e FOS (frazione organica stabilizzata) hanno prodotto sei milioni di “ecoballe”: spazzatura tritata ed imballata – contenente chissà cosa! – il cui valore economico, grazie ai CIP 6, è pari a circa 3,6 miliari di Euro.

Le cause di ciò sono da ricercarsi in vari fattori: innanzitutto, una parte troppo piccola della frazione organica veniva separata dal resto dei rifiuti, rendendo troppo umido il prodotto finale; poi, la separazione dei materiali non combustibili non veniva effettuata come si sarebbe dovuto; infine, negli impianti venivano (e, probabilmente, vengono ancora oggi) introdotti rifiuti di provenienza non dichiarata: di 100 tonnellate di rifiuti che entravano, ne uscivano 120 – 20 tonnellate in più, quindi, di roba sconosciuta, con ogni probabilità rifiuti industriali.

 

Si è, quindi, scatenata una situazione di grossa emergenza, per porre freno alla quale i Commissari straordinari di Governo, succeduti a Bassolino, hanno ben deciso di riaprire vecchie discariche – il più delle volte sequestrate dalla Magistratura perché contenenti rifiuti tossici illegalmente smaltiti dalla camorra – oppure di ritardarne la chiusura, senza – evidentemente – risolvere il problema in profondità una volta e per sempre.

Da qui, il dilagare incontrastato del raggio d’ azione della camorra che, non solo ha potuto continuare a smaltire illegalmente rifiuti tossici provenienti da tutta Italia all’ interno delle nostre discariche (che avrebbero dovuto contenere esclusivamente rifiuti non tossici), ma ha dato anche il via a discariche abusive, non controllate.

 

La Magistratura, nel momento in cui ha scoperto l’ imbroglio speculativo, ha sequestrato le ecoballe e ha sospeso i fondi dell’ Unione Europea: è avvenuta così l’ inaugurazione ufficiale della famosa emergenza rifiuti in Campania. Siamo nell’ anno 2008.

Nel giugno 2008, il governo Berlusconi ha approvato il decreto rifiuti che derogava a 47 leggi nazionali, per cui diventava lecito produrre e bruciare anche le ecoballe, smaltire rifiuti indifferenziati e pure quelli nocivi, in discariche; venivano ripristinati i CIP 6 per gli inceneritori.

Si decideva, in tal modo, di avviare la costruzione dei quattro inceneritori che avrebbero dovuto bruciare quasi l’ 80% dei rifiuti attualmente prodotti in Campania, venivano aperte nuove discariche (nella Zona Vesuviana, nel quartiere di Chiaiano, ecc..) , e a Napoli – Bagnoli e Colli Aminei, in primis – cominciava finalmente la raccolta differenziata “porta a porta”, che, in breve tempo, è arrivata al 70%.

 

Tuttavia, dal momento che in Campania non esiste, tuttora, un impianto di compostaggio funzionante (in grado, cioè, di trasformare la frazione organica dei rifiuti urbani – raccolta in maniera differenziata – in concime), i Comuni campani che effettuano il “porta a porta” continuano ad esser costretti a pagare enormi somme di denaro per esportare l’ umido raccolto in altre Regioni.

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