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(Video) Speciale da Ferrara: il Festival di Internazionale

(Servizio: Daniela Giordano)

Puntuale come ogni anno, la città di Ferrara ha ospitato la miglior stampa al mondo nel primo weekend di ottobre. Giunto alla sesta edizione, il Festival di Internazionale non ha deluso le aspettative ed è riuscito a programmare 119 eventi con 178 ospiti – tra giornalisti, blogger, musicisti e artisti – provenienti da 38 paesi diversi. Un programma foltissimo di eventi, racchiuso in un libretto giallo che in quei tre giorni si è rivelato essere l’elemento identificativo di tutti i partecipanti per le vie della città. E ovviamente anche un biglietto da visita. Ci si salutava in giro senza conoscersi e si cominciava a conversare delle proprie opinioni di questo o quell’altro dibattito; poi, magari, ci si dava appuntamento per quello successivo, o per mangiare a pranzo insieme, così, lasciando cadere ogni barriera della timidezza. D’altronde, eravamo tutti lì per lo stesso motivo: vedere coi propri occhi, e ascoltare con le proprie orecchie, quelle storie che leggiamo tradotte durante l’anno. Sentirle dalla voce degli stessi protagonisti, venuti apposta da lontano, e avere l’opportunità di renderle dibattiti, porre domande, o tentare di fornire la propria risposta. Partecipare insomma, discutere di quei temi di grande attualità con gli attivisti, i blogger e i giornalisti di fama mondiale. Persone come noi che, se poco prima avevi ascoltato dal palco, un minuto dopo li ritrovavi per strada tra il pubblico, o seduti di fianco ad assistere all’incontro successivo. Forse, proprio questa facilità con cui potevi approcciare con la gente – e con quegli autori che spesso tendi a mitizzare – è stata la principale sorpresa del Festival; subito dopo, viene il numero di partecipanti, più o meno di tutte le età, ma in particolare giovanissimi. Un pienone ammassato nel piccolo centro storico di Ferrara, che zigzagava tra le biciclette e trovava sempre qualcuno disponibile a lasciare indicazioni. Il tweet della rivista, a festival concluso, parla da solo:

In quei tre giorni, anche Nub ha espatriato dalle normali vicende partenopee. Chi ha seguito il nostro account twitter ha potuto rendersene conto. In realtà, mi sono auto-inviata più per motivi personali che di professione. Ho seguito un workshop sull’utilizzo di Twitter nella narrazione, tenuto dalla conduttrice del programma radiofonico Alaska Marina Petrillo. Dall’utile al dilettevole, il passo è stato più che breve. Ci volevo andare perché leggo la rivista e, dunque, ho tentato di alternare momenti da spettatrice a quelli da citizen journalist (o come molti mi hanno meglio suggerito: da blogger). Gli incontri in programma sono stati di altissimo spessore, ma seguirli tutti sarebbe stato umanamente impossibile senza dono dell’ubiquità.

Ho seguito l’incontro su Twitter e i cambiamenti che i social media stanno portando al mondo del giornalismo e al lavoro del giornalista, come ha sottolineato l’inglese Lee Marshall. Tra i vari ospiti, da segnalare era la presenza di Sultan Al Qassemi, giornalista saudita che ha raccontato al mondo la rivolta di piazza Tahrir del 2011, attraverso l’account twitter seguito da centinaia di migliaia di followers, diventando la principale fonte d’informazione per i media occidentali. Non solo. Twitter in quell’appuntamento storico ha mostrato al mondo tutto il suo potenziale, permettendo ai manifestanti di organizzarsi e coordinarsi negli spostamenti attorno la piazza. L’incontro successivo è stato dedicato alle donne della rivoluzione, quattro giornaliste e attiviste arabe che hanno raccontato le proprie personali storie. La fila fuori il Cinema Apollo era chilometrica e ho dovuto accontentarmi dei commenti entusiasti di chi è riuscito a entrare. Nel frattempo, in piazza Municipale si teneva l’incontro di don Luigi Ciotti e l’associazione “Libera” sull’esperienza delle cooperative che operano sui terreni confiscati al crimine organizzato.

Nei giorni successivi, dopo le ore di workshop, ho assistito ad altri incontri: le domande di Annamaria Testa a Tullio De Mauro, le improvvisazioni nelle varie piazze del Teatro Valle Occupato di Roma, il Tg del Post di Luca Sofri, per tenerci aggiornati sull’attualità nel mondo durante il festival. Delle rubriche che amo tanto leggere sul giornale, sono riuscita ad assistere solo a quello su Le Correzioni, di Giulia Zoli, ma non a quello di Claudio Rossi Marcelli, Dear Daddy. L’evento clou della giornata di sabato è stato sicuramente quello con Shawn Carrié, sul movimento Occupy Wall Street e gli esempi di finanza etica di Banca Etica e Charity Bank, per il quale non solo si è riempito il teatro, ma persino la piazza che trasmetteva dal maxi schermo. Lo stesso è valso la domenica per l’incontro sul precariato con il Segretario Cgil Susanna Camusso.

Il festival, ovviamente, non è stato solo questo e tanti incontri interessanti mi sono persa: per esempio, il giornalista statunitense Philip Gourevitch che ha raccontato dei suoi reportage in Ruanda e di quanto sia difficile scrivere del genocidio; quello sulla crescita economica indiana, o sulla crisi dell’identità europea; o ancora, sulla bolla del calcio conJohn Foot, sul reportage polacco con gli eredi dello scomparso Kapuścińsky, o quello sugli hacker e le nuove forme di cyber-criminalità; o, infine, quello fuori programma e molto interessante con Alan Rusbridger – direttore del Guardian – e David Carr –columnist del New York Times – sul futuro dei giornali in relazione a Internet  e sulle scelte contrastanti che hanno fatto: l’uno mettendo a disposizione gratuitamente tutto il contenuto online, l’altro solo una selezione di dieci articoli.

Insomma, il festival ha coperto un po’ tutti i gusti e gl’interessi, da quelli oltreoceano a quelli appena fuori regione e, credo, sia questo il merito che ogni anno gli venga riconosciuto sempre più. Così come la possibilità di seguirlo dal sito, con le dirette streaming o i video in differita, risolvendo i limiti del tempo, o quelli geografici per chi non si è potuto muovere. E poi, i documentari della rassegna Mondovisioni andranno in giro per l’Italia nelle sale cinematografiche, fino alla prossima primavera. Mentre correvo da un evento all’altro, ho provato a seguire i tweet del festival e a lanciarne qualcuno per mettere in pratica gl’insegnamenti del workshop. La connessione non era granché, ma sfido qualunque città a reggere la richiesta di tanti smartphone e tablet; ad ogni modo, ne posto un paio che mi sono piaciuti molto e che in quei giorni ho ritwittato:

C’ho messo un po’ a scrivere questo articolo, non tanto per ovvietà di lunghezza, quanto per la gran massa di emozioni accumulate in quei giorni che lentamente sono state assorbite. A questo poi, va aggiunto l’incorrere di quegli imprevisti tecnici, che sopraggiungono troppo spesso ultimamente, alle quali mi ci dovrò abituare prima o poi e lasciarle scivolare con la giusta filosofia, senza confidare nei poteri di uno scaccia-malocchi qualunque. Scherzi a parte, il festival mi ha offerto – e credo che valga un po’ a tutti – l’opportunità di vedere cosa succede nel mondo da vicino ed ha scatenato una marea di riflessioni. È sempre così. Bisogna mettere la testa fuori dal guscio per interpretare meglio quello che si ha dentro e, seppure il festival si sia svolto in una città lontana da Napoli ed esuli dagli argomenti che di solito trattiamo, è stato ugualmente utile. Uscire dal solito guscio è servito a capire il lavoro che facciamo, presentarlo in giro, guadagnare qualche follower in più magari e non stare a rimuginare sempre sugli stessi problemi, o a leccarci le solite ferite. D’altronde, è il messaggio che lo stesso giornale tenta di mandare, presentandoci la cronaca e gli avvenimenti di tutto il mondo. Uscire fuori serve anche a trovare le soluzioni ai problemi, alternative migliori. Forse, il merito che attribuisco maggiormente al festival è stato farmi comprendere che non siamo altro che un’infinitesima parte di questo vasto mondo, ma per infinitesima non intendo irrilevante. Anzi. Le infinitesime parti compongono quel tutto vasto e complicato che, appunto, è il mondo. È stato bello vederle agire insieme per renderlo migliore.

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