Minore ucciso a Qualiano durante una rapina; Gabriele (PD): “Riaprire le scuole il pomeriggio”
NAPOLI – “Lo sa cosa qual è la palestra di questi ragazzi? Lo sa cosa fanno prima, molto prima di bruciarsi la vita, di impugnare un’arma o cominciare a correre dietro i soldi?”, ragiona, gesticola, scuote la testa la preside di una scuola da girone infernale, Eugenia Carfora. “Lo sa dove ciondolano per giorni, che diventano mesi e poi anni? In un letto, col televisore davanti. Li vedo io tutti i giorni come sono spenti. L’inerzia li uccide, mica le pallottole”. Ora qualcuno lancerà ipocriti palloncini in omaggio al cadavere di un altro ragazzo con la pistola.
E sulla bara del criminale figlio di mamma, Domenico Volpicelli detto Mimmo, ucciso a sedici anni mentre tentava una rapina nel buco nero dell’hinterland napoletano, a Qualiano, compariranno giocattoli infantili o una maglia da goleador al posto della Beretta, delle banconote e dei capi firmati che in casa nessuno vedeva, unici amici di un’adolescenza storta, in mezzo a legioni di ragazzi storti e vincenti. Siamo nella Campania che da anni conserva il primato delle matricole del crimine.
Ora qualcuno lancerà ipocriti palloncini in omaggio al cadavere di un altro ragazzo con la pistola. E sulla bara del criminale figlio-di-mamma, Domenico Volpicelli detto Mimmo, ucciso a 16 anni mentre tentava una rapina nel buco nero dell’hinterland napoletano, a Qualiano, compariranno giocattoli infantili o una maglia da goleador al posto della Beretta, delle banconote e dei capi firmati che in casa nessuno vedeva, unici amici di un’adolescenza storta, in mezzo a legioni di ragazzi storti e vincenti. Almeno fino a un arresto, o al proiettile della giustizia sommaria. Siamo nella Campania che da anni conserva il primato delle matricole del crimine. E anche sul picco, dati in aumento. Per ogni generazione, questa terra brucia più vite fragili dell’anno precedente: solo all’ufficio del Giudice per le indagini preliminari, nel 2010, sono stati 3700 i casi iscritti; erano 2508 fino al 2008, e ancora meno, 2135 fino al 2006. Un rosario lunghissimo. Una saga nera anche solo alla voce “sedicenni”. E cosa è cambiato dai primi casi eclatanti dei Novanta? Zero.
Mimmo Volpicelli finisce nel girone dei “cattivi” uccisi per legittima difesa insieme con Marco De Rosa, che alla stessa età, nel giugno del 2007, tenta una rapina in un bar di Posillipo e resta a terra con una pallottola al fianco. O come i tre cugini di quest’ultimo, un grappolo di esistenze travolte sin dalla nascita. Solo il 2 gennaio scorso, Anthony Fontanarosa, anch’egli sedicenne, fa la fine di Mimmo e di Marco: ammazzato da un poliziotto fuori servizio, mentre sta assaltando con una pistola la cassa di un “tabacchi” nel cuore di Napoli. Di fronte alle urla del negoziante, spara un proiettile al cane del commerciante, il poliziotto-cliente reagisce e lo centra. Anthony muore dopo otto giorni di coma, la parte più agghiacciante verrà dopo: si scopre che è figlio di un rapinatore di uffici postali assassinato quando lui era appena nato; è fratello di Ciro, altro rapinatore di 17 anni ucciso il 27 aprile del 2009 perché si era rifiutato di dare i suoi proventi criminali a un boss; e l’ultimo dei Fontanarosa, per ora sopravvissuto allo tsunami di vuoto e violenza, oggi ha 15 anni e vive agli arresti domiciliari per rapina. Il 5 marzo del 2001, a Casoria, anche Mauro a sedici anni, prova a rapinare una coppia e trova un poliziotto con la pistola più veloce della sua. E così Salvatore a Scampia, ucciso da un altro Salvatore, una guardia che reagì al suo tentativo di rapina.
“Siamo la regione che paga il prezzo più alto per reati commessi dai minori”, spiega Sandro Forlani, il dirigente del Centro giustizia minorile regionale, mentre ripassa i costanti aggiornamenti con gli istituti penitenziari, le comunità di recupero, e con il carcere di Nisida e i suoi progetti “pilota”, comprese le sue storie coinvolgenti, di crescita e di formazione. Eppure, da fuori arrivano banditi “sempre più piccoli e sempre più determinati – registra Forlani – Rispetto ad altri territori a rischio, la complessità della situazione campana produce il volume più alto di quella che chiamiamo devianza minorile”. È la definizione dentro la quale finisce di tutto: storie personali e fallimento collettivo, l’indebolimento di famiglia e scuola, il welfare solo sulla carta e i servizi sociali che si sbriciolano sotto i colpi della crisi e dei tagli orizzontali.
Il tempo di un’autopsia e una benedizione per archiviare l’esistenza del minore ucciso a Qualiano, incensurato come l’ultima generazione di banditi invisibili, figlio di un ferroviere e di una casalinga, genitori puliti e una casa modesta incastonati in un territorio lasciato a marcire. E dietro il corteo funebre di Volpicelli c’è già un coetaneo che scalpita. Ciascun insegnante delle scuole a rischio di Qualiano, Caivano o Giugliano o dei quartieri ai bordi di Napoli, ogni giudice minorile che abbia la memoria impregnata dei volti dei troppi “Mimmo” sotterrati per una pistola nemica o soltanto persi, o anche i parroci, gli educatori addetti al loro recupero, lo sanno. Ti avvertono che c’è “un altro finto bambino che si candida, da qualche parte, ad occupare quel ruolo di stipendiato o freelance”. Premono per entrare nell’unica grande catena di montaggio che ingoia i teenager delle periferie emarginate.
Il Sistema, che sia incarnato dai boss o dall’ambizione a delinquere in proprio, offre loro le “montagne russe” in un’esistenza piatta. Per incassare emozioni e identità, status e portafogli (targato Gucci o Vuitton) gonfi di euro. Marina Ferrara è giudice del Tribunale per i minori a Napoli da diciassette anni, fama da dura e incapacità di “fare il callo alla roba che vedo da troppo tempo, con una preoccupante escalation”, premette. La Ferrara fu il primo magistrato minorile in Italia ad infliggere una condanna di associazione mafiosa ad un minore, fin lì considerato sostanzialmente incapace di comprendere la portata di un tale reato. Era il 1994. “Lui si chiamava Carlo, spacciava droga ad Ercolano, assolveva ai suoi compiti in un clan, mentiva. Avemmo ragione fino in Cassazione. Il dramma è che, oltre sedici anni dopo, la situazione è solo peggiorata”.
La via giudiziaria resta l’ultima strada, ma non c’è da interrogarsi anche sull’impostazione del recupero a tutti i costi? La Ferrara non è mai stata diplomatica: “Abbiamo il dovere di costruire risposte migliori, tutti. Quel genere di televisione che io chiamo semplicemente pattume riempie loro la testa di voglie, potere, denaro. Conservo nella testa centinaia di risposte tutte uguali: Che vulite ‘a me, mi volevo comprare le Hogan. Oppure: L’ho fatto per le scarpe nike, per i jeans che stanno 250 euro. E quando la famiglia e la scuola non sono capaci di porre alcun argine, quando persino le parrocchie non riescono più ad acciuffarli, e mi addolora dirlo perché sono una credente, allora anche a noi tocca evitare atteggiamenti di malintesa clemenza. Per esempio, se un ragazzino commette tre rapine in due ore, anche se è incensurato, anche se lavora o va a scuola, deve prima andare in galera. Poi discutiamo”. Alla Ferrara, che quei minori chiamano “‘a malamente”, la severa, capita anche di fermarsi all’incrocio e di vedere un giovane estraneo che la saluti con affetto. “Dottore’, mi dicono, anche per strada, lo sapete che sto facendo il bravo? Certo, però adesso non guadagno niente”.
La pensa così anche Enzo Morgera, l’educatore che con Silvia Ricciardi guida a Napoli l’esperienza rigorosa di Jonathan, tre comunità di recupero in cui ci si può davvero ricostruire una vita e imparare un mestiere evitando il carcere, grazie alla solidarietà di grandi gruppi come Indesit. “Quando un ragazzo viene qui per esser messo alla prova e comincia a nascondere il cellulare, che non può portare con sé; o non accetta le regole, lo denunciamo o lo mandiamo via. Gli atteggiamenti compromissori con loro non pagano. La società già mostra a questi ragazzi il volto peggiore della degenerazione dei costumi, il ghigno del potere malato che abusa delle leggi. Dovremmo essere ossessionati dall’esempio, con loro”, sorride amaro Morgera. I ragazzi di Jonathan ora partiranno per un corso di vela, ” per capire la vita di squadra come funziona, anche col mare alto”.
Le scuole spalancate al pomeriggio che si occupavano anche di quelli come Mimmo, sono spente. “Avevamo 500 scuole così, con 12 milioni di fondi europei, oggi tutto è congelato”, annota Corrado Gabriele, ex assessore regionale nel governo Bassolino. La preside dell’istituto Viviani di Caivano, Eugenia Carfora, ne ha incontrati di sedicenni spaventati e inerti. “Quello che mi addolora di loro è l’inerzia. Qui, a Caivano, qualche battaglia l’ho vinta perché me li vado a prendere fisicamente, strattono i genitori. Ma vivo con la paura: e domani? Siamo tutti colpevoli. Ci vorrebbe una task force nazionale”. Il regista Andrea Barzini, nel suo docufilm “I giorni buoni” ha filmato le vite dei tanti Mimmo, maschi e femmine. Sul finale, c’è questa preside che scuote una delle sue alunne assente da un mese, a casa: “E in tutti questi giorni?”. La ragazza impassibile, perfino sorridente: “Niente… ‘Ncopp’ ‘o lietto”. (Repubblica.it)
