Putin sa di non poter schiacciare l’Ucraina. Il Donbass è il prezzo della pace
Nella leadership russa starebbe maturando una consapevolezza finora raramente ammessa pubblicamente: la guerra in Ucraina non può essere vinta nei termini massimalisti immaginati dal Cremlino all’inizio dell’invasione. A sostenerlo è Dmitry Suslov, che in un’intervista a Fanpage.it ha delineato un possibile cambio di approccio da parte di Mosca.
Secondo Suslov, una parte significativa dell’establishment russo avrebbe ormai compreso che la Russia non è in grado di infliggere una sconfitta totale all’Ucraina e di imporre le condizioni politiche e militari che avevano caratterizzato gli obiettivi iniziali del conflitto.
Addio a “denazificazione” e “demilitarizzazione”
Tra i cambiamenti più significativi indicati dal consigliere vi sarebbe l’abbandono di due concetti che hanno accompagnato la narrativa ufficiale russa fin dal febbraio 2022: la cosiddetta “denazificazione” e la “demilitarizzazione” dell’Ucraina.
Secondo Suslov, Mosca avrebbe preso atto dell’impossibilità di eliminare la capacità militare ucraina o di determinare un cambio di governo a Kyiv. L’Ucraina, nella visione che emerge dalle sue dichiarazioni, continuerà dunque a mantenere forze armate efficienti e un sistema politico autonomo.
«Abbiamo capito che non abbiamo la capacità di raggiungere questi obiettivi», ha affermato il consigliere, definendo tale presa d’atto una nuova realtà strategica per la Russia.
Il Donbass come simbolo di vittoria
Se gli obiettivi originari vengono ridimensionati, resta però la necessità per il Cremlino di presentare alla propria opinione pubblica un risultato concreto dopo oltre quattro anni di guerra.
Per Suslov, il possibile punto di equilibrio sarebbe rappresentato dal Donbass. La conquista e il riconoscimento del controllo russo sulla regione potrebbero essere utilizzati come una vittoria politica e simbolica da parte del presidente Vladimir Putin.
«Abbiamo bisogno di qualcosa che compensi il mancato raggiungimento degli obiettivi iniziali», ha spiegato. «La contropartita potrebbe essere il Donbass. Un simbolo di vittoria, o almeno qualcosa che possa essere presentato come tale».
Nessun ruolo dell’Unione Europea nei negoziati
Nell’intervista, Suslov ha ribadito anche la netta opposizione di Mosca a un coinvolgimento diretto dell’Unione Europea nei futuri negoziati di pace.
Secondo il consigliere, la Russia considera ormai Bruxelles una parte attiva del conflitto a causa del sostegno politico, economico e militare fornito a Kyiv. Eventuali colloqui con i Paesi europei potrebbero riguardare temi come energia, sicurezza e controllo degli armamenti, ma non il dossier ucraino.
La stessa posizione viene estesa al possibile ingresso dell’Ucraina nell’UE. Per Mosca, infatti, l’integrazione economica e quella militare sarebbero ormai inseparabili, rendendo inaccettabile qualsiasi percorso di adesione di Kyiv.
Zelensky e la proposta di dialogo
Suslov ha inoltre liquidato come inefficace la recente lettera aperta inviata dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky a Putin, nella quale proponeva un faccia a faccia, un cessate il fuoco e l’avvio di negoziati.
A suo giudizio, l’iniziativa non avrebbe avuto valore diplomatico perché resa pubblica e rivolta soprattutto agli alleati occidentali e all’opinione pubblica ucraina, più che al Cremlino.
Secondo Suslov, una parte significativa dell’establishment russo avrebbe ormai compreso che la Russia non è in grado di infliggere una sconfitta totale all’Ucraina e di imporre le condizioni politiche e militari che avevano caratterizzato gli obiettivi iniziali del conflitto.
Addio a “denazificazione” e “demilitarizzazione”
Tra i cambiamenti più significativi indicati dal consigliere vi sarebbe l’abbandono di due concetti che hanno accompagnato la narrativa ufficiale russa fin dal febbraio 2022: la cosiddetta “denazificazione” e la “demilitarizzazione” dell’Ucraina.
Secondo Suslov, Mosca avrebbe preso atto dell’impossibilità di eliminare la capacità militare ucraina o di determinare un cambio di governo a Kyiv. L’Ucraina, nella visione che emerge dalle sue dichiarazioni, continuerà dunque a mantenere forze armate efficienti e un sistema politico autonomo.
«Abbiamo capito che non abbiamo la capacità di raggiungere questi obiettivi», ha affermato il consigliere, definendo tale presa d’atto una nuova realtà strategica per la Russia.
Il Donbass come simbolo di vittoria
Se gli obiettivi originari vengono ridimensionati, resta però la necessità per il Cremlino di presentare alla propria opinione pubblica un risultato concreto dopo oltre quattro anni di guerra.
Per Suslov, il possibile punto di equilibrio sarebbe rappresentato dal Donbass. La conquista e il riconoscimento del controllo russo sulla regione potrebbero essere utilizzati come una vittoria politica e simbolica da parte del presidente Vladimir Putin.
«Abbiamo bisogno di qualcosa che compensi il mancato raggiungimento degli obiettivi iniziali», ha spiegato. «La contropartita potrebbe essere il Donbass. Un simbolo di vittoria, o almeno qualcosa che possa essere presentato come tale».
Nessun ruolo dell’Unione Europea nei negoziati
Nell’intervista, Suslov ha ribadito anche la netta opposizione di Mosca a un coinvolgimento diretto dell’Unione Europea nei futuri negoziati di pace.
Secondo il consigliere, la Russia considera ormai Bruxelles una parte attiva del conflitto a causa del sostegno politico, economico e militare fornito a Kyiv. Eventuali colloqui con i Paesi europei potrebbero riguardare temi come energia, sicurezza e controllo degli armamenti, ma non il dossier ucraino.
La stessa posizione viene estesa al possibile ingresso dell’Ucraina nell’UE. Per Mosca, infatti, l’integrazione economica e quella militare sarebbero ormai inseparabili, rendendo inaccettabile qualsiasi percorso di adesione di Kyiv.
Zelensky e la proposta di dialogo
Suslov ha inoltre liquidato come inefficace la recente lettera aperta inviata dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky a Putin, nella quale proponeva un faccia a faccia, un cessate il fuoco e l’avvio di negoziati.
A suo giudizio, l’iniziativa non avrebbe avuto valore diplomatico perché resa pubblica e rivolta soprattutto agli alleati occidentali e all’opinione pubblica ucraina, più che al Cremlino.

