Otto marzo, per non dimenticare
(di Sergio Tancredi) – Matilde D’Oronzo (32), Giovanna Sardaro (30),Maria Cinquepalmi (14 anni), Tina Ceci (37), Antonella Zaza (36) erano operaie tessili e lavoravano in nero per le grandi firme dell’abbigliamento. Per 3,95 euro l’ora davano l’ultimo ritocco a maglie e golfini destinati alle boutique di mezza Italia. Capi costosi che loro, “cinesi” dal dolce accento pugliese, non avrebbero potuto mai acquistare con la miserabile paga che percepivano.
Sono le operaie morte ad Ottobre a Barletta per il crollo della palazzina che ospitava il loro luogo di lavoro. E dopo alcuni mesi dalla tragedia, quando tutto il cordoglio e la vicinanza e il dolore che le nostre Istituzioni, tutte, hanno profuso in dosi industriali, è un dovere civico dedicare un pensiero a quelle povere giovani vittime nel prossimo 8 Marzo, anche per comprendere ciò che quelle morti ci dicono a noi come Paese, ovvero quale sia il futuro della nostra economia : lavorare a tutti i costi, sempre e comunque perché c’è la crisi e i bambini hanno fame e nel sud non c’è altro.
Matilde, Giovanna, Maria, Tina, Antonella…
Una storia esemplare: le donne tessevano sottoterra in una palazzina che da settimane doveva essere sgomberata. Scricchiolii sinistri si avvertivano chiaramente lungo le pareti del laboratorio. I vigili urbani avevano già fatto dei sopralluoghi, poi tutto si era mosso con una lentezza mortale.
Le operaie del maglificio Cinquepalmi hanno continuato a produrre come se nulla fosse, fra crepe e cigolii, otto o dieci o dodici ore al giorno, finché quell’ammasso di crepe si è ripiegato su se stesso. Sono morte perché dovevano lavorare a prescindere. Sono morte perché la crisi a Barletta, come in tutto il Sud dura da molti anni. Sono morte perché quando si dice che l’economia non cresce abbastanza e se hai un lavoro te lo tieni stretto che sei fortunato, ma quali tutele vai cercando… bisognerebbe prima scendere i gradini di un seminterrato e inginocchiarsi accanto alle schiene piegate di quelle donne.
All’Italia paralizzata dalla corruzione, dagli scandali della sua classe dirigente, dai tagli alla ricerca e all’innovazione, non resta che una via di salvezza: il lavoro cieco e sordo, a testa bassa e zero diritti. Ecco, se volevamo capire in quale direzione corre l’economia italiana, la morte delle operaie di Barletta ce lo indica con chiarezza.
Sotto le macerie di Barletta, insieme a quelle 5 giovani donne, che hanno perso la vita in modo atroce, insopportabile, è morto un altro pezzo di paese. E’ morta una comunità che vede il marcio, ma lo considera inevitabile. Nemmeno la polizia urbana denuncia più queste situazioni (né il lavoro nero, né gli edifici pericolanti). Una comunità amministrata da un uomo, il sindaco Nicola Maffei (PD) che dice: “Non bisogna criminalizzare chi, in un momento di crisi come questo viola la legge assicurando però lavoro, a patto che non si speculi sulla vita delle persone”. Ecco, se un sindaco arriva a fare pubblicamente dichiarazioni di questo tipo, anche se il suo territorio vive una situazione lavorativa così drammatica, vuol dire che siamo terzo mondo.
Non si capisce bene perché ci consideriamo un “Paese avanzato”, una moderna democrazia, un luogo civile: non ne abbiamo nessuna ragione. E non penso alle miserie parlamentari, dove mentre un paese affondava loro discettavano di nipoti di Mubarack e processo breve e processo lungo, dove il tesoriere di un partito fa sparire 23 Milioni di Euro e nessuno se ne accorge, dove un problema politico come la Val di Susa lo si derubrica a problema di ordine pubblico, abdicando la soluzione alle forze di Polizia, e magari sottintendendo neanche tanto velatamente, ai loro manganelli… penso a un posto dove quattro donne un mattino escono di casa per andare a lavorare e non tornano più a casa, perché la palazzina che ospita il maglificio si sbriciola sulle loro teste, cento anni dopo che a Chicago altre lavoratrici tessili, quelle da cui è partita la lotta del movimento operaio femminile, in sciopero, persero la vita per un incendio bloccate dentro la fabbrica chiusa dal padrone. Dopo 100 anni ancora qui in Italia le condizioni di vita e di lavoro delle donne, ma anche degli uomini, sono precarie, a rischio di vita.
La loro paga era meno di quattro euro l’ora, “al nero”. Al nero significa senza tutele, senza diritti, senza contributi. Cioé vuol dire senza futuro, e mai come in questo caso la metafora è tristemente indovinata. Pochi soldi, maledetti e subito. Ma a quale prezzo. Quando avvenne, i quotidiani e le televisioni ne parlarono molto, ma ricordare oggi i nomi delle vittime è un gesto umano, e scriverlo verso l’8 Marzo è doveroso . Perché non siano soltanto un numero che aggiorna le statistiche ma tornino a essere persone che hanno lasciato mariti, figli, genitori.
“Nelle aree meridionali il rischio è che la perdita di tessuto produttivo diventi permanente”, scrive lo Svimez nell’ultimo rapporto. Dalla Campania (la regione più povera d’Italia) alla Sicilia, il Sud si avvia a diventare una terra senza lavoro e senza speranze. La politica ancora non lo ha capito, come sempre. Le 583 mila persone (giovani soprattutto) che in dieci anni hanno fatto la valigia come già fecero i loro antenati 50 anni fa, per andar via per sempre, sì. I distretti produttivi (del divano, della maglieria, dell’agro-alimentare), la reindustrializzazione delle aree interne sono parole ormai vuote e false, ma che nascondono la rassegnazione delle classi dirigenti meridionali. Non lo ammetteranno mai, ma sanno di aver fallito e non sanno cosa fare. Blaterano parole vuote, perché da decenni non hanno un’idea, un progetto. Ci piace ogni tanto pensare di essere un paese migliore di questo, per usare una frase retorica, ma la retorica si spegne davanti alla morte di Matilde, Giovanna, Maria, Tina, Antonella … le macerie di Barletta ci parlano di questo. (The daily week)
