Netanyahu a Washington: la tregua a Gaza è più vicina, ma la pace resta lontana
La visita del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a Washington, prevista per questa settimana, potrebbe rappresentare una svolta nel complesso e drammatico conflitto in corso a Gaza. Al centro degli incontri con il presidente statunitense Donald Trump c’è l’ipotesi concreta di un nuovo cessate il fuoco tra Israele e Hamas, dopo mesi di bombardamenti, carestia e devastazione che hanno provocato oltre 57.000 vittime palestinesi. Un cessate il fuoco, che non coinciderebbe con la fine del conflitto israelo-palestinese, potrebbe però stabilizzare temporaneamente un Medio Oriente in ebollizione. Sul tavolo anche il dossier iraniano e il futuro dei rapporti tra Israele, Siria e Yemen. Una tregua, seppur fragile, potrebbe allentare la tensione su più fronti e aprire spiragli diplomatici in uno scenario al collasso.
I colloqui di Doha tra Israele e Hamas, mediati da Qatar, Egitto e Stati Uniti, sono ripresi da settimane. Le divergenze si stanno lentamente riducendo, e la stampa israeliana parla di una “finestra di opportunità” che Netanyahu sarebbe pronto a cogliere. Hamas avrebbe accettato in linea di principio una tregua di 60 giorni, chiedendo in cambio garanzie internazionali per una fine permanente delle ostilità.
Il presidente israeliano Isaac Herzog ha esortato Netanyahu a firmare l’intesa, pur riconoscendo che essa comporterebbe scelte “difficili e dolorose”. Anche i paesi del blocco Brics, riuniti recentemente a Rio de Janeiro, hanno chiesto un cessate il fuoco “rapido e incondizionato”.
Donald Trump ha dichiarato di voler annunciare personalmente l’accordo nei prossimi giorni. Un’eventuale tregua potrebbe rafforzare la sua immagine internazionale, soprattutto dopo i passi falsi sul fronte ucraino e le tensioni con la Russia. La bozza dell’accordo prevede il rilascio graduale degli ostaggi israeliani ancora nelle mani di Hamas (circa 50), l’entrata massiccia di aiuti umanitari a Gaza e il coinvolgimento di ONU e Croce Rossa nella distribuzione.
La crisi umanitaria: aiuti insufficienti, carestia dilagante
La situazione nella Striscia è al limite. Oltre 1400 operatori sanitari sono stati uccisi, tra cui anche il direttore dell’Ospedale indonesiano, Marwan al-Sultan. Hamas ha chiesto che la distribuzione degli aiuti sia affidata solo all’ONU, escludendo la discussa Gaza Humanitarian Foundation (Ghf), accusata di “aidwashing” e complicità nel peggioramento dell’assedio. Drammatici i dati forniti dal Ministero della Salute di Hamas: oltre 700 palestinesi sarebbero stati uccisi mentre attendevano gli aiuti. Undici settimane di blocco israeliano hanno portato a una carestia senza precedenti. Secondo fonti ospedaliere, almeno 66 bambini sono morti per malnutrizione. Uno dei punti centrali del negoziato riguarda il ritiro dell’esercito israeliano (IDF) dalla Striscia di Gaza. Hamas chiede il ritorno alle posizioni precedenti al cessate il fuoco di marzo e garanzie statunitensi per la cessazione di ogni operazione militare. Tuttavia, Tel Aviv sembra intenzionata a proseguire con il piano di occupazione permanente del Sud di Gaza, intorno al valico di Rafah, dove si concentrano ormai oltre un milione di sfollati palestinesi.
Secondo la relatrice speciale ONU Francesca Albanese, quella in corso a Gaza è una vera e propria “impresa criminale collettiva”, supportata da oltre 1600 multinazionali, tra cui Amazon, Microsoft, Lockheed Martin, Booking.com e Airbnb. Il rapporto ONU denuncia un “genocidio economico”, in cui settori come agrobusiness, turismo e tecnologia avrebbero normalizzato l’apartheid israeliano, fornendo supporto logistico e militare all’occupazione.
Desta allarme l’uso da parte dell’IDF di bombe MK-82 di fabbricazione statunitense, da 500 libbre, illegali secondo le convenzioni internazionali. Uno degli ultimi attacchi con questi ordigni ha distrutto un internet-café sulla spiaggia di Gaza, uccidendo 30 persone, tra cui due artisti palestinesi e numerosi giornalisti.
La visita di Netanyahu coincide anche con un momento di alta tensione con Teheran. Dopo i raid israeliani del 13 giugno e gli attacchi americani alle basi nucleari iraniane, il 24 giugno Trump ha annunciato un cessate il fuoco con l’Iran. Tuttavia, le conseguenze restano incerte, così come il futuro del programma nucleare iraniano. Teheran potrebbe decidere di uscire dal Trattato di non proliferazione nucleare, minando ogni prospettiva di controllo internazionale. La crisi non si limita a Gaza. Gli Houthi yemeniti hanno attaccato l’aeroporto Ben Gurion con un missile ipersonico (intercettato), mentre una nave britannica è stata colpita nel Mar Rosso. Sul fronte siriano, la rimozione del regime di Bashar al-Assad lo scorso dicembre ha aperto nuovi scenari. Con la visita del ministro britannico David Lammy a Damasco, Londra ha ristabilito i rapporti con il nuovo governo di Ahmad al-Sharaa. Israele, però, non intende abbandonare le Alture del Golan, occupate in violazione degli accordi del 1974.
I colloqui di Doha tra Israele e Hamas, mediati da Qatar, Egitto e Stati Uniti, sono ripresi da settimane. Le divergenze si stanno lentamente riducendo, e la stampa israeliana parla di una “finestra di opportunità” che Netanyahu sarebbe pronto a cogliere. Hamas avrebbe accettato in linea di principio una tregua di 60 giorni, chiedendo in cambio garanzie internazionali per una fine permanente delle ostilità.
Il presidente israeliano Isaac Herzog ha esortato Netanyahu a firmare l’intesa, pur riconoscendo che essa comporterebbe scelte “difficili e dolorose”. Anche i paesi del blocco Brics, riuniti recentemente a Rio de Janeiro, hanno chiesto un cessate il fuoco “rapido e incondizionato”.
Donald Trump ha dichiarato di voler annunciare personalmente l’accordo nei prossimi giorni. Un’eventuale tregua potrebbe rafforzare la sua immagine internazionale, soprattutto dopo i passi falsi sul fronte ucraino e le tensioni con la Russia. La bozza dell’accordo prevede il rilascio graduale degli ostaggi israeliani ancora nelle mani di Hamas (circa 50), l’entrata massiccia di aiuti umanitari a Gaza e il coinvolgimento di ONU e Croce Rossa nella distribuzione.
La crisi umanitaria: aiuti insufficienti, carestia dilagante
La situazione nella Striscia è al limite. Oltre 1400 operatori sanitari sono stati uccisi, tra cui anche il direttore dell’Ospedale indonesiano, Marwan al-Sultan. Hamas ha chiesto che la distribuzione degli aiuti sia affidata solo all’ONU, escludendo la discussa Gaza Humanitarian Foundation (Ghf), accusata di “aidwashing” e complicità nel peggioramento dell’assedio. Drammatici i dati forniti dal Ministero della Salute di Hamas: oltre 700 palestinesi sarebbero stati uccisi mentre attendevano gli aiuti. Undici settimane di blocco israeliano hanno portato a una carestia senza precedenti. Secondo fonti ospedaliere, almeno 66 bambini sono morti per malnutrizione. Uno dei punti centrali del negoziato riguarda il ritiro dell’esercito israeliano (IDF) dalla Striscia di Gaza. Hamas chiede il ritorno alle posizioni precedenti al cessate il fuoco di marzo e garanzie statunitensi per la cessazione di ogni operazione militare. Tuttavia, Tel Aviv sembra intenzionata a proseguire con il piano di occupazione permanente del Sud di Gaza, intorno al valico di Rafah, dove si concentrano ormai oltre un milione di sfollati palestinesi.
Secondo la relatrice speciale ONU Francesca Albanese, quella in corso a Gaza è una vera e propria “impresa criminale collettiva”, supportata da oltre 1600 multinazionali, tra cui Amazon, Microsoft, Lockheed Martin, Booking.com e Airbnb. Il rapporto ONU denuncia un “genocidio economico”, in cui settori come agrobusiness, turismo e tecnologia avrebbero normalizzato l’apartheid israeliano, fornendo supporto logistico e militare all’occupazione.
Desta allarme l’uso da parte dell’IDF di bombe MK-82 di fabbricazione statunitense, da 500 libbre, illegali secondo le convenzioni internazionali. Uno degli ultimi attacchi con questi ordigni ha distrutto un internet-café sulla spiaggia di Gaza, uccidendo 30 persone, tra cui due artisti palestinesi e numerosi giornalisti.
La visita di Netanyahu coincide anche con un momento di alta tensione con Teheran. Dopo i raid israeliani del 13 giugno e gli attacchi americani alle basi nucleari iraniane, il 24 giugno Trump ha annunciato un cessate il fuoco con l’Iran. Tuttavia, le conseguenze restano incerte, così come il futuro del programma nucleare iraniano. Teheran potrebbe decidere di uscire dal Trattato di non proliferazione nucleare, minando ogni prospettiva di controllo internazionale. La crisi non si limita a Gaza. Gli Houthi yemeniti hanno attaccato l’aeroporto Ben Gurion con un missile ipersonico (intercettato), mentre una nave britannica è stata colpita nel Mar Rosso. Sul fronte siriano, la rimozione del regime di Bashar al-Assad lo scorso dicembre ha aperto nuovi scenari. Con la visita del ministro britannico David Lammy a Damasco, Londra ha ristabilito i rapporti con il nuovo governo di Ahmad al-Sharaa. Israele, però, non intende abbandonare le Alture del Golan, occupate in violazione degli accordi del 1974.

