L’ultimatum di Trump a Putin: Dazi? Il vero peso sono le armi
A pochi mesi dalle elezioni presidenziali americane, Donald Trump torna a scuotere la politica internazionale con una mossa che fa discutere: un ultimatum di 50 giorni rivolto a Vladimir Putin per fermare l’offensiva in Ucraina. Ma secondo l’esperto John Lough, accademico del New Eurasian Strategies Centre (NEST), si tratta di un gesto che cela ben altri calcoli geopolitici. Intervistato da Fanpage.it, Lough mette in discussione l’efficacia dell’ultimatum e deride l’ipotesi di imporre dazi al 100% sui prodotti russi: “Una barzelletta. L’unico vero strumento di pressione sul Cremlino è la fornitura di armi a Kiev”.
Secondo Lough, gli Stati Uniti stanno sì aumentando la pressione su Mosca, ma assumendo nel contempo un ruolo più defilato nel conflitto. È un processo che potremmo definire di “europeizzazione” della guerra in Ucraina: l’America resta indispensabile per l’invio di armamenti ad alta tecnologia, ma è sempre più l’Europa a caricarsi il peso politico e logistico del sostegno diretto a Kiev. Questa strategia, spiegano gli analisti, consente a Washington di mantenere aperta una finestra per un futuro riavvicinamento diplomatico con Mosca, lasciando agli europei il compito di sostenere la linea dura sul campo. Un cambiamento di passo che preoccupa lo stesso Cremlino, come dimostrerebbe la crescente determinazione mostrata da alcuni Paesi europei — i cosiddetti “volenterosi” — nel rafforzare il supporto militare all’Ucraina.
Lough liquida con sarcasmo la proposta di Trump di imporre dazi del 100% alle merci russe: “Una barzelletta”, dice senza mezzi termini. Non è il commercio, secondo l’esperto, a mettere in difficoltà la Russia — in larga parte già colpita da sanzioni — ma piuttosto il flusso e la qualità degli armamenti inviati a Kiev. È sulle armi, dunque, che si gioca la partita vera: non bastano dichiarazioni roboanti o mosse economiche marginali. Conta la rapidità con cui gli aiuti arrivano al fronte, la loro quantità e soprattutto la qualità. In questo contesto, i prossimi mesi saranno cruciali per l’andamento del conflitto. L’offensiva estiva russa è in corso, e i 50 giorni concessi da Trump a Putin potrebbero paradossalmente offrirgli proprio il tempo necessario per consolidare i successi militari.
Come sempre con Donald Trump, resta il dubbio sulla coerenza tra le sue dichiarazioni e le azioni concrete. L’ultimatum a Putin potrebbe essere poco più che un esercizio retorico, pensato per rafforzare l’immagine di leader forte in vista del voto. Ma c’è chi teme che dietro le sue parole si celi una strategia ben più rischiosa: lasciare spazio a Mosca nella speranza di chiudere il conflitto in fretta, anche a costo di sacrificare parte dell’Ucraina.
Secondo Lough, gli Stati Uniti stanno sì aumentando la pressione su Mosca, ma assumendo nel contempo un ruolo più defilato nel conflitto. È un processo che potremmo definire di “europeizzazione” della guerra in Ucraina: l’America resta indispensabile per l’invio di armamenti ad alta tecnologia, ma è sempre più l’Europa a caricarsi il peso politico e logistico del sostegno diretto a Kiev. Questa strategia, spiegano gli analisti, consente a Washington di mantenere aperta una finestra per un futuro riavvicinamento diplomatico con Mosca, lasciando agli europei il compito di sostenere la linea dura sul campo. Un cambiamento di passo che preoccupa lo stesso Cremlino, come dimostrerebbe la crescente determinazione mostrata da alcuni Paesi europei — i cosiddetti “volenterosi” — nel rafforzare il supporto militare all’Ucraina.
Lough liquida con sarcasmo la proposta di Trump di imporre dazi del 100% alle merci russe: “Una barzelletta”, dice senza mezzi termini. Non è il commercio, secondo l’esperto, a mettere in difficoltà la Russia — in larga parte già colpita da sanzioni — ma piuttosto il flusso e la qualità degli armamenti inviati a Kiev. È sulle armi, dunque, che si gioca la partita vera: non bastano dichiarazioni roboanti o mosse economiche marginali. Conta la rapidità con cui gli aiuti arrivano al fronte, la loro quantità e soprattutto la qualità. In questo contesto, i prossimi mesi saranno cruciali per l’andamento del conflitto. L’offensiva estiva russa è in corso, e i 50 giorni concessi da Trump a Putin potrebbero paradossalmente offrirgli proprio il tempo necessario per consolidare i successi militari.
Come sempre con Donald Trump, resta il dubbio sulla coerenza tra le sue dichiarazioni e le azioni concrete. L’ultimatum a Putin potrebbe essere poco più che un esercizio retorico, pensato per rafforzare l’immagine di leader forte in vista del voto. Ma c’è chi teme che dietro le sue parole si celi una strategia ben più rischiosa: lasciare spazio a Mosca nella speranza di chiudere il conflitto in fretta, anche a costo di sacrificare parte dell’Ucraina.

