Il racconto di Angelo Palumbo è un viaggio in treno alle soglie della pandemia: «Next stop Piscinola-Scampia»
Nel suo nuovo romanzo Angelo Palumbo, professore napoletano e poeta, racconta un viaggio in treno che diventa attraversamento simbolico di un Paese colto sull’orlo della pandemia. Tra presentazioni letterarie, incontri casuali e il progressivo diffondersi della paura per il Covid-19, il racconto si fa cronaca intima e collettiva dei giorni in cui l’Italia ha iniziato a cambiare volto.
Sono quasi le 17 e il treno per tornare a casa accumula più di mezz’ora di ritardo. Alla stazione di Bologna l’attesa è diversa dal solito: sguardi tesi, silenzi più densi, un’aria indefinibile che sa di inquietudine. Qualcosa sta cambiando, anche se ancora non sappiamo bene cosa. Il viaggio è iniziato il giorno prima, con una presentazione letteraria a Imola. Poesia, dibattito, sala piena, copie vendute, l’ospitalità romagnola fatta di tortelli e Sangiovese. Un incontro riuscito, uno di quelli che restituiscono senso alla scrittura e all’impegno culturale. Eppure, già allora, sullo schermo del Frecciarossa compariva una notizia marginale, quasi di passaggio: il primo caso di coronavirus in Italia, in Lombardia. Una notizia letta distrattamente, subito coperta dal meteo, dal calcio, dalla velocità del treno.
Poi, nel giro di poche ore, quella notizia ha cominciato a prendere spazio. I casi aumentano, si parla di Codogno, di focolaio, di contagio. Cambia il lessico, e con il lessico cambia la percezione della realtà. Nei treni compaiono le mascherine, prima timide, poi sempre più numerose. Qualcuno tossisce e attira sguardi sospettosi. Un gesto normale diventa improvvisamente una minaccia. Il Frecciarossa verso Napoli diventa una piccola sezione trasversale del Paese: un tecnico di laboratorio bardato come in un film di fantascienza, una collega che lavora nella scuola in provincia di Brescia, passeggeri che evitano il contatto, che si coprono bocca e naso d’istinto, che aprono le porte del bagno con un fazzoletto. Gesti mai fatti prima, compiuti senza pensarci. La paura che precede la consapevolezza.
A Firenze e a Roma l’atmosfera non cambia: stazioni piene eppure svuotate, volti uguali, maschere che rendono tutti simili. Si ha la sensazione di un sistema fragile, di un castello di carta che comincia a incrinarsi sotto il peso di un evento imprevisto. Gli esperti parlano di terapie intensive, di numeri esponenziali, di rischio di collasso del sistema sanitario. La preoccupazione diventa concreta, personale. Eppure, in mezzo a tutto questo, la vita continua a infilarsi nelle crepe della paura. Un uomo scende a Tiburtina solo per abbracciare una donna, lasciando sul treno ogni oggetto, come se nulla contasse più di quel gesto. Un sorriso improvviso, raro, quasi fuori luogo. Nella metro di Napoli, una donna parla al telefono dei suoi figli, dei capelli, dello stress quotidiano. Occhi profondi, vivi, che raccontano un’altra forma di resistenza.
Quando il viaggio finisce, a Scampia, l’aria è diversa. Urla dai balconi, televisori accesi, odore di cucina. La normalità imperfetta di un quartiere che non conosce distanze di sicurezza ma conosce la prossimità umana. Qui il virus, almeno per ora, sembra un’idea lontana. O forse è solo il bisogno di crederlo. Il ritorno a casa ha il sapore del “day after”, ma anche quello degli abbracci necessari. Perché se questo viaggio ha insegnato qualcosa è che, mentre il mondo si prepara a chiudersi, la vera posta in gioco resta la tenuta delle relazioni, della solidarietà, della capacità di restare umani anche quando tutto intorno invita a fare il contrario.
Sono quasi le 17 e il treno per tornare a casa accumula più di mezz’ora di ritardo. Alla stazione di Bologna l’attesa è diversa dal solito: sguardi tesi, silenzi più densi, un’aria indefinibile che sa di inquietudine. Qualcosa sta cambiando, anche se ancora non sappiamo bene cosa. Il viaggio è iniziato il giorno prima, con una presentazione letteraria a Imola. Poesia, dibattito, sala piena, copie vendute, l’ospitalità romagnola fatta di tortelli e Sangiovese. Un incontro riuscito, uno di quelli che restituiscono senso alla scrittura e all’impegno culturale. Eppure, già allora, sullo schermo del Frecciarossa compariva una notizia marginale, quasi di passaggio: il primo caso di coronavirus in Italia, in Lombardia. Una notizia letta distrattamente, subito coperta dal meteo, dal calcio, dalla velocità del treno.
Poi, nel giro di poche ore, quella notizia ha cominciato a prendere spazio. I casi aumentano, si parla di Codogno, di focolaio, di contagio. Cambia il lessico, e con il lessico cambia la percezione della realtà. Nei treni compaiono le mascherine, prima timide, poi sempre più numerose. Qualcuno tossisce e attira sguardi sospettosi. Un gesto normale diventa improvvisamente una minaccia. Il Frecciarossa verso Napoli diventa una piccola sezione trasversale del Paese: un tecnico di laboratorio bardato come in un film di fantascienza, una collega che lavora nella scuola in provincia di Brescia, passeggeri che evitano il contatto, che si coprono bocca e naso d’istinto, che aprono le porte del bagno con un fazzoletto. Gesti mai fatti prima, compiuti senza pensarci. La paura che precede la consapevolezza.
A Firenze e a Roma l’atmosfera non cambia: stazioni piene eppure svuotate, volti uguali, maschere che rendono tutti simili. Si ha la sensazione di un sistema fragile, di un castello di carta che comincia a incrinarsi sotto il peso di un evento imprevisto. Gli esperti parlano di terapie intensive, di numeri esponenziali, di rischio di collasso del sistema sanitario. La preoccupazione diventa concreta, personale. Eppure, in mezzo a tutto questo, la vita continua a infilarsi nelle crepe della paura. Un uomo scende a Tiburtina solo per abbracciare una donna, lasciando sul treno ogni oggetto, come se nulla contasse più di quel gesto. Un sorriso improvviso, raro, quasi fuori luogo. Nella metro di Napoli, una donna parla al telefono dei suoi figli, dei capelli, dello stress quotidiano. Occhi profondi, vivi, che raccontano un’altra forma di resistenza.
Quando il viaggio finisce, a Scampia, l’aria è diversa. Urla dai balconi, televisori accesi, odore di cucina. La normalità imperfetta di un quartiere che non conosce distanze di sicurezza ma conosce la prossimità umana. Qui il virus, almeno per ora, sembra un’idea lontana. O forse è solo il bisogno di crederlo. Il ritorno a casa ha il sapore del “day after”, ma anche quello degli abbracci necessari. Perché se questo viaggio ha insegnato qualcosa è che, mentre il mondo si prepara a chiudersi, la vera posta in gioco resta la tenuta delle relazioni, della solidarietà, della capacità di restare umani anche quando tutto intorno invita a fare il contrario.

