Gerusalemme Est, la lenta espulsione di Silwan: “Una pulizia etnica legalizzata”
A pochi minuti dalla Città Vecchia di Gerusalemme, tra vicoli stretti, terrazze sovraffollate e case addossate le une alle altre, si consuma una delle crisi più controverse e meno raccontate del conflitto israelo-palestinese. Nel quartiere palestinese di Silwan, a sud della Spianata delle Moschee, centinaia di famiglie vivono sotto la minaccia imminente di sfratto. Secondo residenti e organizzazioni per i diritti umani, oltre 2.200 palestinesi rischiano di perdere la propria casa per effetto di una normativa israeliana che consente a cittadini e organizzazioni ebraiche di reclamare proprietà possedute prima del 1948, senza riconoscere un diritto equivalente ai palestinesi espulsi nello stesso periodo.
Il cuore della crisi si trova nei quartieri di Baten al-Hawa e al-Bustan. Nel primo, circa 150 famiglie — oltre 1.500 persone — sono destinatarie di ordini di sfratto. Nel secondo, altre novanta famiglie rischiano la demolizione delle abitazioni. Le espulsioni, denunciano gli abitanti, fanno parte di un più ampio processo di insediamento israeliano volto a rafforzare la presenza ebraica nella Gerusalemme Est occupata.
Per i residenti palestinesi, quanto sta accadendo rappresenta una forma di “pulizia etnica legalizzata”. Israele respinge questa definizione, sostenendo che le controversie siano dispute immobiliari regolate dalla legge e decise dai tribunali. Ma per chi vive a Silwan, la distinzione giuridica non cambia la sostanza: famiglie che vivono da generazioni nelle stesse case rischiano di essere sostituite da coloni israeliani.
“Ci vogliono fuori da qui”
Kayed Rajabi, 50 anni, mostra dal terrazzo della propria abitazione il quartiere che potrebbe presto essere costretto a lasciare. L’ultimo ordine di sfratto ricevuto sarà esecutivo entro pochi giorni.
“Dopo l’inizio della guerra a Gaza, la violenza dei coloni e la pressione del governo sono aumentate”, racconta. “A Baten al-Hawa vogliono che lasciamo le nostre case per consegnarle ai coloni. Ad al-Bustan stanno demolendo interi edifici”.
La sua battaglia legale dura da oltre undici anni. Come lui, centinaia di altri residenti combattono nei tribunali israeliani contro ordini di evacuazione che spesso arrivano dopo lunghi procedimenti giudiziari e costi insostenibili.
Nel vicino quartiere di Sheikh Jarrah, già divenuto simbolo internazionale delle tensioni a Gerusalemme Est nel 2021, nuove espulsioni sarebbero in preparazione. Qui, come a Silwan, la vicinanza ai luoghi santi della città rende il controllo territoriale ancora più delicato sul piano politico e religioso.
La legge del 1970 e il doppio standard
Alla base di molte cause di sfratto vi è una legge israeliana approvata nel 1970, che permette agli ebrei di reclamare proprietà possedute a Gerusalemme Est prima della guerra del 1948. I palestinesi, però, non hanno la possibilità di rivendicare le proprietà perdute nello stesso conflitto all’interno di Israele.
Secondo i critici, questo crea un sistema legale asimmetrico che favorisce l’espansione degli insediamenti israeliani nei quartieri palestinesi di Gerusalemme Est, territorio considerato occupato dal diritto internazionale.
Le autorità israeliane sostengono invece che la legge risponda a diritti di proprietà storici e che le decisioni vengano prese da tribunali indipendenti. Tuttavia, organizzazioni internazionali e gruppi per i diritti umani hanno più volte denunciato il carattere discriminatorio di queste procedure.
“I Witness Silwan”: l’arte come resistenza
Tra i muri del quartiere, la resistenza prende anche forme artistiche. Dal 2015 è nato il progetto pubblico internazionale “I Witness Silwan”, una campagna che utilizza murales e installazioni per attirare l’attenzione internazionale sugli sfratti e sulla vita quotidiana degli abitanti.
Sugli edifici sono comparsi gli occhi di Milad Ayyash, diciassettenne palestinese ucciso nel 2011, quelli di Umm Nasser, madre di undici figli cresciuti nel quartiere, ma anche i volti simbolici di figure internazionali come Che Guevara, George Floyd, Rachel Corrie e Sigmund Freud.
L’obiettivo della campagna è “invertire lo sguardo”, spiegano gli organizzatori: trasformare una popolazione costantemente sorvegliata e controllata in una comunità che testimonia, documenta e denuncia ciò che accade.
“Il cuore della strategia di insediamento”
Per il professor Raed Yousef Basbous, docente di scienze informatiche all’Università Al-Quds di Gerusalemme, ciò che avviene a Silwan rappresenta molto più di una disputa locale.
“Questo è il cuore pulsante della strategia israeliana di trasformazione demografica di Gerusalemme Est”, afferma. “Tutto avviene nella legalità israeliana, ma il risultato è lo svuotamento progressivo della presenza palestinese”.
Secondo Basbous, il processo in corso a Gerusalemme Est è strettamente legato alla più ampia espansione degli insediamenti in Cisgiordania, considerati illegali da gran parte della comunità internazionale.
Il silenzio internazionale
Gli abitanti di Silwan accusano la comunità internazionale di immobilismo. Nonostante le ripetute dichiarazioni di preoccupazione da parte di organismi internazionali e governi occidentali, sul terreno gli sfratti continuano.
Intanto, tra i vicoli del quartiere, resta la sensazione di assistere a un cambiamento irreversibile. Le famiglie preparano ricorsi, raccolgono documenti, cercano sostegno legale. Ma molti temono che il destino sia già deciso.
Il cuore della crisi si trova nei quartieri di Baten al-Hawa e al-Bustan. Nel primo, circa 150 famiglie — oltre 1.500 persone — sono destinatarie di ordini di sfratto. Nel secondo, altre novanta famiglie rischiano la demolizione delle abitazioni. Le espulsioni, denunciano gli abitanti, fanno parte di un più ampio processo di insediamento israeliano volto a rafforzare la presenza ebraica nella Gerusalemme Est occupata.
Per i residenti palestinesi, quanto sta accadendo rappresenta una forma di “pulizia etnica legalizzata”. Israele respinge questa definizione, sostenendo che le controversie siano dispute immobiliari regolate dalla legge e decise dai tribunali. Ma per chi vive a Silwan, la distinzione giuridica non cambia la sostanza: famiglie che vivono da generazioni nelle stesse case rischiano di essere sostituite da coloni israeliani.
“Ci vogliono fuori da qui”
Kayed Rajabi, 50 anni, mostra dal terrazzo della propria abitazione il quartiere che potrebbe presto essere costretto a lasciare. L’ultimo ordine di sfratto ricevuto sarà esecutivo entro pochi giorni.
“Dopo l’inizio della guerra a Gaza, la violenza dei coloni e la pressione del governo sono aumentate”, racconta. “A Baten al-Hawa vogliono che lasciamo le nostre case per consegnarle ai coloni. Ad al-Bustan stanno demolendo interi edifici”.
La sua battaglia legale dura da oltre undici anni. Come lui, centinaia di altri residenti combattono nei tribunali israeliani contro ordini di evacuazione che spesso arrivano dopo lunghi procedimenti giudiziari e costi insostenibili.
Nel vicino quartiere di Sheikh Jarrah, già divenuto simbolo internazionale delle tensioni a Gerusalemme Est nel 2021, nuove espulsioni sarebbero in preparazione. Qui, come a Silwan, la vicinanza ai luoghi santi della città rende il controllo territoriale ancora più delicato sul piano politico e religioso.
La legge del 1970 e il doppio standard
Alla base di molte cause di sfratto vi è una legge israeliana approvata nel 1970, che permette agli ebrei di reclamare proprietà possedute a Gerusalemme Est prima della guerra del 1948. I palestinesi, però, non hanno la possibilità di rivendicare le proprietà perdute nello stesso conflitto all’interno di Israele.
Secondo i critici, questo crea un sistema legale asimmetrico che favorisce l’espansione degli insediamenti israeliani nei quartieri palestinesi di Gerusalemme Est, territorio considerato occupato dal diritto internazionale.
Le autorità israeliane sostengono invece che la legge risponda a diritti di proprietà storici e che le decisioni vengano prese da tribunali indipendenti. Tuttavia, organizzazioni internazionali e gruppi per i diritti umani hanno più volte denunciato il carattere discriminatorio di queste procedure.
“I Witness Silwan”: l’arte come resistenza
Tra i muri del quartiere, la resistenza prende anche forme artistiche. Dal 2015 è nato il progetto pubblico internazionale “I Witness Silwan”, una campagna che utilizza murales e installazioni per attirare l’attenzione internazionale sugli sfratti e sulla vita quotidiana degli abitanti.
Sugli edifici sono comparsi gli occhi di Milad Ayyash, diciassettenne palestinese ucciso nel 2011, quelli di Umm Nasser, madre di undici figli cresciuti nel quartiere, ma anche i volti simbolici di figure internazionali come Che Guevara, George Floyd, Rachel Corrie e Sigmund Freud.
L’obiettivo della campagna è “invertire lo sguardo”, spiegano gli organizzatori: trasformare una popolazione costantemente sorvegliata e controllata in una comunità che testimonia, documenta e denuncia ciò che accade.
“Il cuore della strategia di insediamento”
Per il professor Raed Yousef Basbous, docente di scienze informatiche all’Università Al-Quds di Gerusalemme, ciò che avviene a Silwan rappresenta molto più di una disputa locale.
“Questo è il cuore pulsante della strategia israeliana di trasformazione demografica di Gerusalemme Est”, afferma. “Tutto avviene nella legalità israeliana, ma il risultato è lo svuotamento progressivo della presenza palestinese”.
Secondo Basbous, il processo in corso a Gerusalemme Est è strettamente legato alla più ampia espansione degli insediamenti in Cisgiordania, considerati illegali da gran parte della comunità internazionale.
Il silenzio internazionale
Gli abitanti di Silwan accusano la comunità internazionale di immobilismo. Nonostante le ripetute dichiarazioni di preoccupazione da parte di organismi internazionali e governi occidentali, sul terreno gli sfratti continuano.
Intanto, tra i vicoli del quartiere, resta la sensazione di assistere a un cambiamento irreversibile. Le famiglie preparano ricorsi, raccolgono documenti, cercano sostegno legale. Ma molti temono che il destino sia già deciso.

