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Gaza: la fame avanza più rapida della diplomazia

Di fronte al tempo cieco della fame, anche la politica internazionale sembra essersi fermata. A Gaza, almeno 29 persone – tra cui bambini, anziani e malati – sono morte di stenti in appena due giorni. Una tragedia silenziosa e brutale, che si consuma lontano dalle telecamere ma dentro le coscienze di un’umanità che sembra aver smarrito ogni bussola morale. Non si tratta più soltanto di vittime della guerra in senso stretto. In due giorni, 29 persone sono morte per malnutrizione nella Striscia di Gaza, mentre l’assedio e i bombardamenti continuano a devastare una popolazione civile già allo stremo. È un dato clinico, non retorico: la fame sta diventando un’arma silenziosa, ma non meno letale. Dal 7 ottobre, secondo fonti umanitarie, oltre 80 persone sono morte per fame. Un numero destinato ad aumentare.

Mercoledì notte, dopo settimane di chiusura totale, alcuni camion dell’ONU sono riusciti ad attraversare il valico di Kerem Shalom. Ma quello che doveva essere un segnale di sollievo si è trasformato in un nuovo episodio dell’emergenza: i convogli sono rimasti fermi per ore sotto il sole, bloccati da problemi logistici e timori di saccheggi. Solo di notte alcuni aiuti – farina, latte in polvere, medicinali – sono stati distribuiti. Ma non sono arrivati ovunque. I quartieri più devastati nel nord, come Jabalia e Beit Lahiya, restano isolati. Là, dove la fame ha già iniziato a uccidere, non arriva quasi nulla. Secondo il Programma Alimentare Mondiale, alcuni panifici hanno ripreso la produzione. Il pane, che era diventato un bene di lusso venduto a cinque dollari al pezzo, torna lentamente nei mercati. Ma “il pane da solo non basta”, avverte l’agenzia ONU. Le famiglie sono esauste, malnutrite, senza accesso a cure mediche di base. La Mezzaluna Rossa conferma: “I civili non hanno ancora ricevuto nulla”. Il rischio carestia è concreto, e la risposta internazionale ancora drammaticamente inadeguata.

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