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Finale dei Mondiali, nei campi profughi palestinesi si tifa Spagna: “È come se giocassimo anche noi”

Tra i vicoli dei campi profughi di Betlemme, la finale dei Mondiali tra Spagna e Argentina rappresenta molto più di una semplice partita di calcio. Per migliaia di palestinesi è un momento di evasione dalla quotidianità dell’occupazione, ma anche un’occasione per esprimere riconoscenza verso un Paese che percepiscono vicino alla loro causa.

Nel campo profughi di Aida, i bambini corrono indossando le maglie del Barcellona. “Se vince la Spagna, vinceremo anche noi”, ripetono con entusiasmo. Un sentimento condiviso da gran parte della popolazione palestinese, che guarda alla nazionale spagnola come a una squadra simbolicamente vicina.

“La Spagna ci è vicina”

“La maggioranza dei palestinesi tifa per la Spagna”, racconta Mustafa, membro del consiglio direttivo dell’Aida Youth Center, centro culturale e sportivo del campo. “Ci sentiamo vicini culturalmente. Parte della lingua spagnola deriva dall’arabo, condividiamo il Mediterraneo e molte emozioni comuni.”

Secondo Mustafa, il sostegno dimostrato negli ultimi anni dalla società civile e dalle istituzioni spagnole nei confronti della Palestina ha rafforzato questo legame.

“Abbiamo visto il modo in cui il governo spagnolo, i partiti politici e tante organizzazioni sostengono la Palestina. Quando siamo stati in Spagna con la kefiah siamo stati accolti con calore. Per questo oggi sentiamo quasi il dovere di sostenere la Spagna.”

Un gesto, in particolare, è rimasto impresso nella memoria dei giovani palestinesi: durante la parata celebrativa per la vittoria della Liga, il talento del Barcellona e della nazionale spagnola, Lamine Yamal, ha sventolato una bandiera palestinese. Un’immagine che, raccontano, è arrivata fino ai campi profughi della Cisgiordania.

“Ci ha riempito di entusiasmo vedere la nostra bandiera nelle mani di calciatori e tifosi spagnoli, ma anche italiani e francesi. Per noi significa molto. Il calcio può diventare uno strumento per raccontare al mondo la nostra realtà.”

Una partita che ferma la città

A Betlemme l’attesa per la finale è palpabile. Negozi e mercati espongono maglie del Barcellona, mentre nei vicoli si discute su dove seguire la partita: nell’unico bar del campo, allo Youth Center oppure nelle case insieme alle famiglie.

“Oggi tutti parlano della finale”, continua Mustafa. “Una volta erano i coprifuoco imposti dagli israeliani a svuotare le strade. Oggi, durante le grandi partite, succede qualcosa di simile: tutti restano davanti alla televisione.”

Il calcio come forma di resistenza

Per i palestinesi, spiegano gli operatori locali, il calcio assume un significato che va ben oltre lo sport.

“Per noi il calcio è una via di fuga dalla realtà dell’occupazione”, afferma Muhannet, giornalista e commentatore sportivo di Hebron. “Permette ai giovani di liberarsi, almeno per qualche ora, della tensione quotidiana. Ma è anche un linguaggio universale attraverso cui raccontare la nostra condizione.”

Una realtà che si riflette anche nelle difficoltà di praticare lo sport. Il campo da calcio di Aida è ancora sottoposto a un ordine di demolizione da parte delle autorità israeliane, mentre altri due campetti della zona sono stati distrutti negli ultimi mesi.

“È come se giocassimo anche noi”

In questo contesto, la finale tra Spagna e Argentina assume un valore simbolico.

“Dal momento che la Spagna è in finale, ci sentiamo come se stessimo giocando anche noi”, conclude Mustafa. “Sarà un modo per rivendicare i nostri diritti e sentirci, almeno per una sera, parte di qualcosa di più grande.”

Per molti palestinesi, dunque, la sfida mondiale non rappresenta soltanto novanta minuti di calcio. È un’occasione per sentirsi rappresentati, per riconoscere la solidarietà ricevuta dall’estero e per trovare, nello sport, uno spazio di speranza e di normalità in una quotidianità segnata dal conflitto.

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