Democrazia partecipata, come riappropriarsi della cultura
NAPOLI (di Chiara Guida) – Molte cose si muovono sotto il cielo di Napoli da quando il laboratorio De Magistris ha aperto i battenti. E molte altre ancora tra l’intellettualità diffusa, il precariato cognitivo, le reti informali di lavoratori dello spettacolo e della conoscenza. E’ stata un’assemblea sul rapporto tra potere e cultura, quella che, partita dall’iniziativa di una giovane consigliera comunale con la partecipazione di ben tre assessori della giunta De Magistris, ha creato l’occasione di un incrocio potenzialmente ricco di conseguenze. Anzi, a distanza di una settimana, è già emersa da un seconda assemblea autogestita la proposta di creare un collettivo permanente come quelli già attivi al Pan di via dei Mille e al museo Madre.
Una platea che si è confrontata anche con i temi della democrazia partecipata che, nell’esperienza dell’amministrazione napoletana, vuole rappresentare un riconoscibile elemento di innovazione delle istituzioni e della pratica di governo. Tuttavia, pur riconoscendo il valore di quest’esperienza, si sono lì confrontati due paradigmi di partecipazione. Da un lato, le forme, che tentano, mediandole, di attrarre le domande sociali verso una sfera istituzionale normalmente impermeabile: un esperimento innovativo che però non sfugge al limite di evocare una procedura sostanzialmente para-istituzionale. Dall’altro, la partecipazione come atto costituente di una rete di relazioni materiali, di sapere depositato in menti e corpi che chiede di interloquire direttamente sui temi della produzione culturale.
In questo senso, la partecipazione è stata declinata innanzitutto come un tentativo di riappropriazione dal basso degli spazi. Del resto, la stessa scelta del luogo non è stata casuale: la sede del Forum delle Culture, all’ex asilo Filangieri, dove si era pensato di collocare la cabina di regia delle politiche culturali della città ma che adesso è ridotta a scatola vuota, prestigiosa forse, ma in stato di sostanziale abbandono.
E’ emersa con forza la richiesta di recuperare l’agibilità delle istituzioni culturali cittadine ancora occupate dalla politica e gestite in forma privatistica da chi dovrebbe gestirle per la collettività. Clamorosa è stata la denuncia, poi ripresa dalle cronache cittadine e seguita da una poco convincente smentita, della millantata direzione del Forum delle culture da parte di chi ha già cumulato più incarichi in ruoli nevralgici: da direttore del Teatro Stabile e del Teatro Festival, Luca De Fusco, grazie ai suoi padrini al governo della regione, si muove come il padre padrone della cultura a Napoli riassumendo nella sua persona, come ha scritto Gianfranco Capitta, una sorta di cittadino “ministero unico per lo spettacolo” .
Di fronte a questo sistema di potere in formazione che soffoca le energie creative e impedisce la piena valorizzazione delle professionalità, annientando qualsiasi idea di politica culturale, l’idea è che possa essere la soggettività emergente degli operatori della cultura a rivendicare e mettere in pratica un modello diverso di gestione delle risorse e di utilizzazione degli spazi e degli appuntamenti. Si tenta così di compiere un salto, politico e culturale, che non delega alla politica istituzionale un ruolo-guida, ma che rompe con la subalternità al potere politico e alle logiche di mercato e recupera interamente anche a Napoli, sulle orme dell’esperienza del Teatro Valle, il valore di bene comune della produzione culturale e artistica.
