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Cinque anni di troppo: perché ha senso ridurre i tempi per ottenere la cittadinanza italiana

L’8 e il 9 giugno l’Italia sarà chiamata a votare su un referendum che propone una modifica significativa nella legge sulla cittadinanza: la riduzione da dieci a cinque anni del periodo minimo di residenza legale e continuativa necessario per presentare domanda di cittadinanza italiana. Non si tratta di un tema marginale, ma di una questione che riguarda direttamente centinaia di migliaia di persone che vivono, studiano, lavorano e contribuiscono da anni alla società italiana senza essere pienamente riconosciute dallo Stato.

L’attuale legge: dieci anni di attesa (più molti altri)

Attualmente, secondo la legge n. 91 del 1992, una persona straniera che vuole diventare cittadino italiano per naturalizzazione deve risiedere legalmente e ininterrottamente in Italia per almeno dieci anni. A questa condizione si aggiungono altri requisiti: reddito sufficiente e stabile, assenza di precedenti penali, e conoscenza della lingua italiana a un livello almeno B1. Tuttavia, nella pratica, l’ottenimento della cittadinanza non arriva mai allo scadere esatto dei dieci anni. I tempi di lavorazione delle domande da parte della pubblica amministrazione sono lunghissimi, spesso superiori ai tre o quattro anni. Questo significa che, in molti casi, il processo può durare 13-15 anni o anche di più.

Il percorso burocratico per ottenere la cittadinanza è particolarmente complesso: documentazione estera da legalizzare e tradurre, certificati di residenza, reddito e assenza di precedenti penali, versamenti e procedure online non sempre accessibili. Ogni errore formale può comportare la rigettazione della domanda e la necessità di ricominciare da capo. In questo contesto, accorciare i tempi di attesa non significa “facilitare” l’accesso alla cittadinanza in modo indiscriminato, ma rendere più proporzionato e gestibile un iter già selettivo e severo. È importante sottolineare che la proposta referendaria non modifica gli altri requisiti previsti dalla legge. Chi chiede la cittadinanza dovrà comunque:

– dimostrare di conoscere la lingua italiana (livello B1),
– Avere un reddito adeguato e stabile,
– Dimostrare buona condotta e assenza di condanne penali.

Ridurre da dieci a cinque gli anni di residenza necessari per presentare domanda non comporta quindi alcuna rinuncia agli standard qualitativi richiesti per diventare cittadini.

Una scelta in linea con altri Paesi europei

Nel confronto internazionale, l’Italia è tra i Paesi con i tempi di attesa più lunghi per la cittadinanza per naturalizzazione. In Francia, bastano cinque anni (ridotti a due per chi ha frequentato un’università francese). In Belgio e in Portogallo, cinque anni. In Germania, attualmente otto anni (con riforme in corso per portarli a cinque in alcuni casi). Ridurre i tempi anche in Italia significherebbe avvicinarsi agli standard europei e riconoscere più rapidamente i diritti civili a persone che fanno parte della società a tutti gli effetti. La cittadinanza non è un regalo, ma il riconoscimento giuridico di una realtà già esistente: quella di persone che vivono stabilmente in Italia, parlano la lingua, lavorano, pagano le tasse e spesso vi crescono i propri figli. Costringerle ad attendere dieci, dodici o quindici anni per essere considerate pienamente parte della comunità significa mantenere artificialmente una distinzione tra “residenti” e “cittadini” che non corrisponde più alla realtà.

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