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Cronaca

Caso David Rossi, le contraddizioni nei verbali

Nuovi interrogativi emergono sul caso della morte di David Rossi, l’ex responsabile della comunicazione di Monte dei Paschi di Siena precipitato dalla finestra del proprio ufficio il 6 marzo 2013. A sollevare dubbi sono alcune contraddizioni contenute nei verbali e in un’annotazione di polizia giudiziaria relativi alle dichiarazioni raccolte nell’ambito delle indagini della Commissione parlamentare d’inchiesta.

Secondo quanto riportato da Fanpage.it, il confronto tra tre documenti farebbe emergere versioni differenti sia sul ruolo che Rossi avrebbe avuto in alcune operazioni finanziarie sia sulle circostanze che avrebbero preceduto la sua morte.

La ricostruzione prospettata dalla Commissione è quella di un’attività intimidatoria finita tragicamente. Rossi sarebbe stato portato fuori dalla finestra del suo ufficio per essere minacciato e sarebbe successivamente precipitato nel vuoto.

Nella ricostruzione riferita dalla Commissione, il presunto mandante dell’intimidazione sarebbe stato Giuseppe Mussari, ex presidente di Monte dei Paschi di Siena, mentre Gabriele Ceccherrelli avrebbe avuto il compito di organizzare l’azione attraverso un gruppo di persone di fiducia.

Si tratta, tuttavia, di ipotesi e dichiarazioni che richiedono riscontri indipendenti e che non possono essere considerate fatti giudiziariamente accertati.

Il ruolo di David Rossi: due racconti che sembrano inconciliabili

Una delle principali contraddizioni riguarda proprio la figura di David Rossi e i suoi presunti rapporti con ambienti legati alla criminalità organizzata.

Nel primo verbale viene riportato che Rossi avrebbe individuato anomalie in un finanziamento destinato a una società sportiva, determinando il blocco dell’erogazione da parte di Mps.

Secondo la persona ascoltata, Mussari avrebbe parlato di un intervento di Nicolino Grande Aracri proprio in relazione alla sospensione di quei fondi.

In questa versione, dunque, Rossi appare come una figura che avrebbe ostacolato un’operazione finanziaria ritenuta irregolare.

Nel secondo verbale, invece, viene delineato un quadro completamente diverso. La persona ascoltata sostiene che Rossi avrebbe intrattenuto rapporti d’affari con Nicolino Grande Aracri e con soggetti a lui vicini, tra i quali una persona identificata con il cognome Muto.

Secondo questa testimonianza, l’ex manager avrebbe gestito conti correnti riconducibili a tali soggetti, effettuando trasferimenti di denaro e operazioni di conversione in criptovalute per rendere più difficile la tracciabilità dei movimenti finanziari.

La stessa fonte riferisce inoltre di presunte attività nelle province di Mantova, Reggio Emilia e Bologna, citando in particolare Viadana e un’impresa che si sarebbe aggiudicata lavori di ristrutturazione dello stadio.

Anche in questo caso, però, si tratta di affermazioni riportate in un verbale, non di circostanze dimostrate.

Una terza versione compare nell’annotazione di polizia giudiziaria, dove si fa riferimento a ingenti flussi di denaro e alla presenza della ’ndrangheta. La persona ascoltata avrebbe riferito di aver sentito dire che Rossi fosse in grado di trasferire fino a 50 milioni di euro attraverso una singola operazione informatica.

Tre ricostruzioni che pongono un interrogativo fondamentale: Rossi era una persona che aveva individuato e ostacolato operazioni sospette oppure, come sostiene un’altra testimonianza, ne sarebbe stato direttamente coinvolto?

Una contraddizione sottolineata anche dal legale che assiste la moglie Antonella Tognazzi e la figlia Carolina Orlandi, secondo il quale occorre chiarire se Rossi fosse coinvolto in affari con la criminalità organizzata oppure se avesse contestato l’utilizzo improprio di alcune sponsorizzazioni.

L’aggressione nell’ufficio: versioni differenti su ingressi e modalità

Le incongruenze non riguardano soltanto il presunto movente, ma anche la dinamica degli eventi che avrebbero preceduto la caduta.

Nel primo verbale viene descritta un’operazione che sarebbe stata organizzata con il coinvolgimento di persone o dirigenti interni a Monte dei Paschi di Siena.

L’ingresso e l’uscita degli esecutori sarebbero stati predisposti in modo da evitare che venissero ripresi dalle telecamere di sorveglianza.

Secondo questa versione, gli uomini incaricati dell’intimidazione sarebbero entrati direttamente nell’ufficio di Rossi senza appuntamento. L’ex manager, dunque, non li avrebbe aspettati.

Nel secondo verbale, invece, la ricostruzione è molto più dettagliata.

La persona ascoltata racconta che Rossi sarebbe stato inizialmente colpito e successivamente spinto contro il davanzale della finestra, con il volto rivolto verso la strada sottostante.

Gli aggressori lo avrebbero minacciato di gettarlo nel vuoto qualora non avesse eseguito determinate richieste.

Di fronte alla sua presunta resistenza, due uomini lo avrebbero sollevato e portato all’esterno della finestra, trattenendolo per le gambe e per i pantaloni.

La testimonianza descrive poi una fase concitata nella quale Rossi avrebbe tentato di divincolarsi, fino a ritrovarsi sospeso all’esterno dell’edificio e a precipitare.

La successione dei movimenti descritti nel verbale, tuttavia, presenta passaggi che richiederebbero una verifica tecnica, soprattutto per quanto riguarda la posizione del corpo e le modalità con cui sarebbe stato trattenuto.

Il mistero del van e delle persone che avrebbero accompagnato Rossi

Un ulteriore elemento emerge dall’annotazione relativa alle dichiarazioni rese al tenente colonnello Adolfo Gregori, del Ris di Roma, consulente tecnico della Commissione.

In questo documento compare un particolare non presente nelle altre ricostruzioni: un van all’interno del quale Rossi sarebbe stato inizialmente aggredito.

Secondo quanto riferito, il mezzo si sarebbe trovato in un primo momento nella piazza antistante l’ingresso principale di Monte dei Paschi di Siena.

Rossi sarebbe poi sceso dal veicolo insieme ad altre tre persone e avrebbe raggiunto il proprio ufficio per recuperare del materiale informatico, in particolare alcune chiavette Usb.

Questa versione introduce una circostanza significativamente diversa rispetto al primo verbale.

Se nel primo racconto gli aggressori sarebbero entrati nell’ufficio senza essere attesi, nell’annotazione Rossi risulterebbe invece aver raggiunto i locali della banca accompagnato da altre persone.

La distinzione non è secondaria, perché riguarda il modo in cui sarebbe iniziata la presunta aggressione e la possibilità che l’ex manager conoscesse o meno le persone coinvolte.

Le tracce di sangue, il vicolo e i presunti complici

Nell’annotazione vengono inoltre citati altri particolari che potrebbero assumere rilevanza nella ricostruzione dei fatti.

La persona ascoltata avrebbe parlato di tracce di sangue presenti in un bagno, che non sarebbero state repertate né sottoposte ad analisi.

Un’affermazione che, se supportata da riscontri, potrebbe aprire ulteriori interrogativi sulle condizioni fisiche di Rossi prima della caduta e sugli ambienti nei quali sarebbe transitato.

Sempre secondo questa testimonianza, il van si sarebbe successivamente spostato nei pressi del vicolo sottostante la finestra dell’ufficio.

Due persone sarebbero scese dal mezzo e avrebbero presidiato l’accesso alla zona, impedendo di fatto il passaggio.

Una delle due avrebbe avuto con sé un telefono cellulare.

Viene inoltre menzionata la presenza di lavori edili all’interno dell’edificio bancario. La persona ascoltata, pur non ricordando con precisione l’area interessata, avrebbe lasciato intendere che Rossi fosse passato proprio attraverso una zona di cantiere prima della sua morte.

Anche questi elementi, allo stato delle informazioni riportate, restano dichiarazioni da verificare e non prove definitive della dinamica ipotizzata.

I punti ancora da chiarire

Il confronto tra i documenti solleva quindi numerose questioni.

La prima riguarda l’attendibilità delle dichiarazioni e la possibilità di stabilire quali informazioni derivino da una conoscenza diretta dei fatti e quali, invece, siano state apprese da altre persone.

La seconda riguarda la compatibilità delle differenti versioni con gli elementi materiali disponibili, comprese le immagini delle telecamere, la disposizione degli ambienti, le eventuali tracce biologiche e la ricostruzione della caduta.

La terza concerne il ruolo attribuito ai diversi soggetti citati nelle testimonianze, tenendo distinta ogni ipotesi investigativa da responsabilità effettivamente accertate.

Le differenze tra i racconti non dimostrano, da sole, che una ricostruzione sia falsa o che le altre siano necessariamente attendibili. Potrebbero dipendere da informazioni incomplete, ricordi imprecisi o differenti livelli di conoscenza degli eventi.

Resta però fondamentale chiarire perché alcuni particolari così rilevanti, come il presunto van, l’aggressione precedente all’ingresso in banca e la presenza di persone incaricate di presidiare il vicolo, compaiano soltanto in una delle ricostruzioni.

Una vicenda ancora segnata dagli interrogativi

A oltre tredici anni dalla morte di David Rossi, il caso continua a sollevare interrogativi sulle circostanze della tragedia e sulle eventuali responsabilità di terzi.

Le nuove testimonianze riportate nell’ambito dei lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta prospettano uno scenario nel quale la caduta sarebbe stata la conseguenza di un’intimidazione degenerata.

Ma proprio le contraddizioni tra i documenti rendono necessario distinguere ciò che viene raccontato da ciò che può essere effettivamente dimostrato.

Il nodo centrale resta la ricerca di riscontri oggettivi, capaci di stabilire se le diverse testimonianze descrivano parti della stessa vicenda oppure ricostruzioni incompatibili tra loro.

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