Berlusconi vince per tre voti e va al Colle
MILANO – «Una vittoria certamente politica». Silvio Berlusconi incassa la fiducia al Senato e, per soli tre voti, anche alla Camera. E non vuole saperne di chi, Gianfranco Fini in primis, parla di«vittoria numerica». La lunga giornata della verità si è conclusa positivamente per il capo del governo. Dopo il voto in Parlamento e l’incontro al Quirinale con Giorgio Napolitano, il premier ha partecipato alla presentazione del libro di Bruno Vespa. Un’occasione per Berlusconi di commentare il successo in Parlamento, sottolineando che non c’è maggioranza alternativa a quella attuale, ma chiarendo che esiste la possibilità di ampliare «in modo consistente» i numeri. Quanto ai finiani, «ogni trattativa è chiusa». Sull’esito della verifica parlamentare, il Cavaliere non ha smesso neppure per un attimo di mostrare ottimismo e serenità, ma a Montecitorio è andata in scena una battaglia all’ultimo voto e la tensione è stata altissima per tutta la giornata (con tanto di rissa tra finiani e leghisti durante la «chiama»). Alla fine, il «no» alla sfiducia ha accentuato ancora di più le già profonde divisioni tra “falchi” e “colombe” all’interno di Futuro e Libertà. Malgrado la sconfitta, il presidente della Camera ha fatto sapere che non intende dimettersi, mentre la Lega, dal canto suo, è tornata a insistere sulle elezioni anticipate, aprendo all’Udc.
CRISI PILOTATA –Rispondendo alle domande di Vespa, Berlusconi ha riportato le perplessità del capo dello Stato in merito ad un ritorno alle urne, dicendosi comunque certo di vincere in caso di voto anticipato. «Napolitano ha detto in maniera chiara che una campagna elettorale non sarebbe positiva per il nostro Paese» ha spiegato il Cavaliere. Parole che non sono state gradite al Quirinale: una nota del Colle fa sapere che per il momento non ci saranno indiscrezioni sulle valutazioni del presidente Giorgio Napolitano, il quale «avrà modo di esprimere direttamente le sue valutazioni nell’incontro di lunedì prossimo con le alte magistrature della Repubblica». Per il premier, ad ogni modo, non è possibile escludere «a priori» una crisi pilotata che preveda le sue dimissioni e un nuovo governo allargato ai centristi, come chiede Pier Ferdinando Casini. Un’ipotesi che significherebbe anche rimettere mano alla legge elettorale senza toccare il premio di maggioranza se non per «alzare la soglia di sbarramento fino al 5%». Riguardo a Fini, il presidente del Consiglio ha preferito non entrare nel merito delle ipotetiche dimissioni del leader di Montecitorio, ma ha voluto ricostruire i suoi rapporti con l’ex alleato. «Non c’era mai stato motivo di contrasto, poi si è capito che per Fini ero un ostacolo al raggiungimento degli obiettivi nella propria carriera», ha spiegato il Cavaliere.
I VOTI DECISIVI – La maggioranza di governo si è imposta alla Camera con 314 voti contro 311. Con Pdl e Lega hanno votato i deputati di Noi Sud-Pid, i tre di «Movimento di responsabilità nazionale» Massimo Calearo, Bruno Cesario e Domenico Scilipoti e il Libdem Maurizio Grassano, tutti indecisi fino all’ultimo. In favore del governo si è schierato anche l’ex IdvAntonio Razzi, ora con Noi Sud. Fli, compatto al Senato contro l’esecutivo, non è riuscito a fare il bis alla Camera, “perdendo” i voti di Catia Polidori, Giampiero Catone e Maria Grazia Siliquini. Contro Berlusconi e con le opposizioni hanno votato il deputato liberale Paolo Guzzanti, i due Libdem Daniela Melchiorre e Italo Tanoni e Roberto Nicco (Autonomie della Valle d’Aosta). Siegfried Brugger e Karl Zeller (Svp), come annunciato, si sono astenuti. Gli unici due che non hanno partecipato al voto, oltre a Fini, sono stati Silvano Moffa, in rotta con gli altri deputati di Fli, e Antonio Gaglione, l’ex Pd passato con Noi Sud e assai incline alle assenze in aula. A nulla è valso il sacrificio delle deputate in dolce attesaFederica Mogherini (Pd), Giulia Bongiorno (Fli) e Giulia Cosenza (Fli). Le tre parlamentari si sono presentate in Aula con tanto di pancione (la Bongiorno addirittura su una sedia a rotelle) ma il loro voto di sfiducia non è stato determinante.
RISSA – Palpabile la tensione a Montecitorio, durante le dichiarazioni di voto come nel corso della «chiama». E non è mancata la rissa tra deputati, al punto che Fini è stato costretto ad un certo punto a sospendere la seduta per alcuni minuti. Durante la votazione, a far scoppiare i tafferugli è stata la scelta della parlamentare “futurista” Polidori di votare contro la sfiducia. Una sorpresa per i finiani, accolta con un applauso dal Pdl. Fabio Granata e Giorgio Conte hanno cominciato a litigare, i commessi hanno bloccato i deputati finiani che cercavano di venire alle mani, quindi, un altro deputato di Fli, Antonio Buonfiglio, ha provato ad attaccare il leghista Gianni Fava ma è stato bloccato a sua volta da Guido Crosetto (Pdl) e dai commessi. A spiegare l’accaduto ai giornalisti è stata Nunzia De Girolamo. «Conte ha detto che la Polidori è una t…», di qui la reazione dei deputati del Carroccio e la conseguente rissa. Alcuni deputati si sarebbero anche rivolti all’indirizzo di Fini dicendogli «Questa è la tua gente». (Il Corriere della Sera)
