Ecco il nuovo piano Alfano Doppio Csm e un’Alta Corte

ROMA -Nel suo Ipad, da cui non si separa mai, legge e rilegge l’ultima versione della riforma costituzionale della giustizia. Quella che, se dovesse andare in porto, legherà il nome del Guardasigilli agrigentino Angelino Alfano alla storia della magistratura. Per certo, a scorrere il testo, legherà il ministro alla cronaca dello scontro più duro tra le toghe e la politica. Più cruento di quello, che costò ben quattro scioperi, sulla revisione dell’ordinamento giudiziario. Stavolta il momento, tante volte temuto dai giudici, è giunto davvero. La riforma è (quasi) pronta. Per dirla con Niccolò Ghedini, che ama molto le citazioni in latino, “fervet opus”. Perché, anche se l’impianto è già scritto, alcuni dettagli rilevantissimi abbisognano ancora dell’ultima messa a punto. Tant’è che il testo del ddl costituzionale e di quelli ordinari che lo renderanno operativo non sono ancora sulla scrivania di Napolitano. Visto che il capo dello Stato li visiona sempre in anteprima. E al Quirinale, per questo, c’è un clima di attesa.
Ben giustificata, visto quello che si può scoprire scorrendo la legge che cambierà radicalmente il titolo quarto della Costituzione, gli articoli dal 101 al 113. Compreso quel famoso 111 sul giusto processo nel quale sarà imposta, con forza e determinazione, la parità tra accusa e difesa dinanzi al giudice in ogni fase del processo. Una previsione, come quelle sulla nuova disciplina dell’azione penale, sulla sostanziale indipendenza della polizia giudiziaria dal pm, sulle restrizioni imposte al Csm, che potrebbero avere effetto immediato. Tant’è che il capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto si lascia scappare che si sta discutendo di un’eventuale norma transitoria. Scatenando un giallo da chiarire entro giovedì.
Assicura il ministro della Giustizia Alfano che la riforma non riguarderà i processi di Berlusconi. Certo, a leggere l’ultima bozza che ancora ieri sera viaggiava tra pochissimi indirizzi, Berlusconi, Alfano, Ghedini, la Iannini (capo del legislativo di via Arenula), la separazione delle carriere dei giudici e dei pm, quella che Alfano descrive come l’avvio di “uno spirito di decisa concorrenza tra le due diverse figure”, non avrà effetti immediati sui quattro dibattimenti del Cavaliere. Né potrebbe, visto che, ben che vada, la legge necessità di quattro passaggi parlamentari e un referendum. Ma non c’è solo quel principio nella riforma. Ci sono la divisione in due del Csm, perché così, dopo forti contrasti, si è deciso, e l’Alta corte che d’ora in avanti “processerà” i giudici al posto della sezione disciplinare del Csm ritenuta troppo “domestica”. Due Consigli, presieduti uno dal presidente della Repubblica e uno dal procuratore generale della Cassazione, che non conteranno quasi più nulla. Non potranno fare delibere d’indirizzo, né dare pareri sulle leggi, né approvare pratiche a tutela. Csm resi organi di mera amministrazione delle carriere. Eletti a sorteggio, con un equilibrio tra togati e laici più favorevoli ai secondi. Csm senza potere disciplinare, che spetterà alla nuova Alta corte dove i laici potrebbero contare per due terzi su un terzo di togati.
La limitazione dei poteri, se la norma transitoria dovesse consentirlo, potrebbe attualizzarsi subito, e ridurre di molto il battito d’ali dell’attuale Csm. Per non parlare delle conseguenze, queste sì con un ricasco immediato sui processi in corso, quelli di Berlusconi compresi, per l’assoluta parità tra accusa e difesa nel processo. Se oggi il presidente del tribunale del processo Mediaset può tranciare di netto la lista testi presentata da Ghedini, provocandone la collera (“È una situazione di eccezionale gravità, qui ci impediscono di difenderci” ha detto lunedì 28 marzo), in futuro quel presidente dovrà essere molto più cauto. E non solo. Le stesse conseguenze ci saranno nei rapporti tra i pm e la polizia.
Ma è il capitolo dell’azione penale quello più preoccupante. Tra la colomba Ghedini, che non vuole toccare l’obbligatorietà, e la Lega che pretende la totale discrezionalità, ha prevalso un compromesso che di fatto smonta il principio per cui oggi il pm persegue “tutti” i reati. In futuro, se la riforma passa, sarà il Parlamento sulle indicazioni del Guardasigilli a decidere la “lista” dei reati. Se si aggiunge a questo la ritrovata autonomia della polizia (che dipende dal governo) non è azzardato ipotizzare che il Rubygate non sarebbe mai esploso.
La vita dei giudici non sarà più la stessa. Com’è scritto, essi saranno economicamente responsabili per quello che fanno e decidono. Un principio, la responsabilità civile, che entrato in Costituzione, cambierà il lavoro delle toghe. Le quali, divise tra loro, con due Csm indeboliti, con un ministro della Giustizia più potente dell’indire l’azione penale e nella sua presenza nei Csm, con l’incubo dell’Alta corte, senza l’indirizzo delle indagini, non più liberi di indagare su tutto, dovranno pure mettere mano al portafoglio per risarcire l’imputato che hanno intercettato senza successo. (Repubblica)
