Attentato a Sigfrido Ranucci, arrestato Valter Lavitola: per la Procura sarebbe il mandante
Valter Lavitola è stato arrestato con l’accusa di essere il mandante dell’attentato contro il giornalista Sigfrido Ranucci. L’imprenditore è stato condotto in carcere nella mattinata di lunedì 10 agosto dai carabinieri del Nucleo investigativo di Roma. Nei suoi confronti viene contestata anche l’aggravante del metodo mafioso.
La Procura ha disposto una misura cautelare anche per Gomes Clesio Tavares, collaboratore di Lavitola e presunto intermediario tra quest’ultimo e il gruppo che avrebbe materialmente eseguito l’attentato. Tavares, tuttavia, si troverebbe attualmente in Camerun: avrebbe lasciato l’Italia dopo l’esplosione e non avrebbe più fatto ritorno.
Le indagini su Lavitola e Tavares
L’attenzione degli investigatori si era concentrata su Lavitola già da oltre un mese. Il 4 luglio la sua abitazione era stata perquisita dopo il ritrovamento, nei telefoni di alcuni degli arrestati, di elementi ritenuti rilevanti per ricostruire la vicenda.
Convocato in Procura l’8 luglio, l’imprenditore si era avvalso della facoltà di non rispondere, rilasciando però alcune dichiarazioni spontanee nelle quali aveva negato ogni coinvolgimento.
Secondo l’ipotesi accusatoria, Lavitola avrebbe effettuato insieme a Tavares un sopralluogo davanti all’abitazione di Ranucci, a Pomezia, nei giorni precedenti l’attentato. Il suo collaboratore, inoltre, sarebbe rimasto in contatto con le persone successivamente individuate come presunti esecutori materiali. Accuse che Lavitola ha sempre respinto.
Quattro persone già arrestate
L’inchiesta sulla bomba collocata davanti alla casa del conduttore di “Report” aveva già portato in carcere Pellegrino D’Avino, Marika De Filippis, Saverio Mutone e Antonio Passariello.
I quattro sono accusati, a vario titolo, di detenzione, porto in luogo pubblico e utilizzo di un ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento. I reati sono aggravati, secondo gli inquirenti, dall’azione commessa da più di cinque persone e dall’impiego di modalità di tipo mafioso.
Gli arresti sono arrivati al termine di mesi di indagini, durante i quali i carabinieri hanno analizzato filmati di videosorveglianza e tabulati telefonici, ascoltato testimoni ed effettuato appostamenti. Gli accertamenti sono stati condotti nel massimo riserbo per non compromettere l’operazione.
I contatti con il gruppo campano
Il movente dell’attentato resta ancora da chiarire. Lavitola e Ranucci sarebbero legati da un rapporto di amicizia e da una frequentazione di lunga data. In seguito all’esplosione era stata avanzata anche l’ipotesi che l’episodio potesse essere stato organizzato per favorire il giornalista. Lavitola aveva respinto duramente questa ricostruzione, definendola priva di senso.
Pellegrino D’Avino, interrogato dal giudice, avrebbe dichiarato di non conoscere né Lavitola né Ranucci. Gli indagati avrebbero avuto, invece, diversi contatti con Tavares, che per l’accusa avrebbe assoldato il gruppo campano offrendo alcune migliaia di euro.
Un altro elemento al vaglio degli investigatori riguarda una frase pronunciata da D’Avino dopo l’arresto. L’uomo avrebbe chiesto al suocero di avvisare Tavares, affinché quest’ultimo informasse “quell’altro”. Per gli inquirenti il riferimento potrebbe essere a Lavitola, anche se il suo nome non viene mai pronunciato esplicitamente.
In alcune conversazioni intercettate compare inoltre un certo “Corrado”. I carabinieri non sarebbero riusciti a identificare una persona con quel nome collegata alla vicenda e non escludono che possa trattarsi di uno pseudonimo.
L’inchiesta prosegue per ricostruire la catena di comando, accertare le responsabilità individuali e individuare il movente dell’attentato. Per tutte le persone coinvolte vale il principio di presunzione di innocenza fino a un’eventuale sentenza definitiva.
La Procura ha disposto una misura cautelare anche per Gomes Clesio Tavares, collaboratore di Lavitola e presunto intermediario tra quest’ultimo e il gruppo che avrebbe materialmente eseguito l’attentato. Tavares, tuttavia, si troverebbe attualmente in Camerun: avrebbe lasciato l’Italia dopo l’esplosione e non avrebbe più fatto ritorno.
Le indagini su Lavitola e Tavares
L’attenzione degli investigatori si era concentrata su Lavitola già da oltre un mese. Il 4 luglio la sua abitazione era stata perquisita dopo il ritrovamento, nei telefoni di alcuni degli arrestati, di elementi ritenuti rilevanti per ricostruire la vicenda.
Convocato in Procura l’8 luglio, l’imprenditore si era avvalso della facoltà di non rispondere, rilasciando però alcune dichiarazioni spontanee nelle quali aveva negato ogni coinvolgimento.
Secondo l’ipotesi accusatoria, Lavitola avrebbe effettuato insieme a Tavares un sopralluogo davanti all’abitazione di Ranucci, a Pomezia, nei giorni precedenti l’attentato. Il suo collaboratore, inoltre, sarebbe rimasto in contatto con le persone successivamente individuate come presunti esecutori materiali. Accuse che Lavitola ha sempre respinto.
Quattro persone già arrestate
L’inchiesta sulla bomba collocata davanti alla casa del conduttore di “Report” aveva già portato in carcere Pellegrino D’Avino, Marika De Filippis, Saverio Mutone e Antonio Passariello.
I quattro sono accusati, a vario titolo, di detenzione, porto in luogo pubblico e utilizzo di un ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento. I reati sono aggravati, secondo gli inquirenti, dall’azione commessa da più di cinque persone e dall’impiego di modalità di tipo mafioso.
Gli arresti sono arrivati al termine di mesi di indagini, durante i quali i carabinieri hanno analizzato filmati di videosorveglianza e tabulati telefonici, ascoltato testimoni ed effettuato appostamenti. Gli accertamenti sono stati condotti nel massimo riserbo per non compromettere l’operazione.
I contatti con il gruppo campano
Il movente dell’attentato resta ancora da chiarire. Lavitola e Ranucci sarebbero legati da un rapporto di amicizia e da una frequentazione di lunga data. In seguito all’esplosione era stata avanzata anche l’ipotesi che l’episodio potesse essere stato organizzato per favorire il giornalista. Lavitola aveva respinto duramente questa ricostruzione, definendola priva di senso.
Pellegrino D’Avino, interrogato dal giudice, avrebbe dichiarato di non conoscere né Lavitola né Ranucci. Gli indagati avrebbero avuto, invece, diversi contatti con Tavares, che per l’accusa avrebbe assoldato il gruppo campano offrendo alcune migliaia di euro.
Un altro elemento al vaglio degli investigatori riguarda una frase pronunciata da D’Avino dopo l’arresto. L’uomo avrebbe chiesto al suocero di avvisare Tavares, affinché quest’ultimo informasse “quell’altro”. Per gli inquirenti il riferimento potrebbe essere a Lavitola, anche se il suo nome non viene mai pronunciato esplicitamente.
In alcune conversazioni intercettate compare inoltre un certo “Corrado”. I carabinieri non sarebbero riusciti a identificare una persona con quel nome collegata alla vicenda e non escludono che possa trattarsi di uno pseudonimo.
L’inchiesta prosegue per ricostruire la catena di comando, accertare le responsabilità individuali e individuare il movente dell’attentato. Per tutte le persone coinvolte vale il principio di presunzione di innocenza fino a un’eventuale sentenza definitiva.

