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Cronaca

L’ipotesi politica dietro l’attentato a Ranucci: il progetto di Lavitola per candidarlo premier

Valter Lavitola avrebbe cercato per quasi due anni di convincere Sigfrido Ranucci a entrare in politica e a candidarsi alla guida del centrosinistra. È quanto emerge dagli atti dell’inchiesta che ha portato all’arresto dell’imprenditore, accusato dalla Procura di aver organizzato l’attentato contro il conduttore di Report.

Secondo l’ipotesi degli inquirenti, l’azione avrebbe avuto un movente politico: rafforzare l’immagine pubblica del giornalista, accrescendone la popolarità in vista delle elezioni politiche previste nel 2027. Lavitola ha sempre respinto questa ricostruzione e, allo stato attuale, le accuse nei suoi confronti devono ancora essere accertate in via definitiva.

Le conversazioni e i messaggi acquisiti durante le indagini documenterebbero, tuttavia, l’esistenza di un progetto politico coltivato dall’imprenditore almeno dal 2024. Un progetto che sarebbe arrivato fino alla preparazione di un sondaggio per valutare il possibile consenso elettorale di Ranucci.

I primi messaggi: «Tra due anni fai il presidente»

Il primo riferimento esplicito risalirebbe al 29 luglio 2024. Commentando i risultati ottenuti da una puntata di Report, Lavitola avrebbe scritto al giornalista: «Sarebbe il momento di andarsene», aggiungendo subito dopo: «Faresti bingo» e «Tra due anni fai il presidente».

Il tema sarebbe tornato nelle conversazioni alcuni mesi più tardi. Dopo aver ricevuto alcune fotografie della presentazione di un libro di Ranucci, molto partecipata, Lavitola avrebbe osservato: «Questi mesi mi sembrano tanto un test di campagna elettorale come si fanno negli Stati Uniti».

Di fronte al silenzio del giornalista, l’imprenditore avrebbe insistito, definendolo «uno dei pochissimi leader potabili per questo Paese». Due giorni dopo, appreso che il libro di Ranucci era ai primi posti delle classifiche di vendita, gli avrebbe chiesto nuovamente di discutere della possibilità di un ingresso in politica.

Dalle chat non emergerebbero risposte con cui Ranucci si dichiarava disponibile a candidarsi. Lavitola, però, avrebbe continuato a incoraggiarlo, interpretando anche gli attacchi politici rivolti al giornalista come un possibile fattore di crescita del consenso.

«Credo che ti sia chiaro che ogni attacco che ti fanno serve a farti crescere ulteriormente», gli avrebbe scritto nel giugno successivo. Una frase che gli inquirenti considerano rilevante nella ricostruzione del presunto movente dell’attentato.

Il sondaggio per misurare la popolarità di Ranucci

Una prima idea di commissionare una rilevazione sulla popolarità di alcuni personaggi pubblici sarebbe stata avanzata da Lavitola nel gennaio 2025, senza produrre conseguenze immediate.

Il progetto avrebbe assunto una forma più concreta il 20 aprile 2026, quando l’imprenditore inviò a Ranucci una bozza delle domande da sottoporre agli elettori. Si sarebbe trattato di un sondaggio con il cosiddetto “nome coperto”: agli intervistati non sarebbe stato indicato alcun candidato specifico, ma sarebbe stato chiesto quale personalità avrebbero voluto vedere impegnata in politica. L’obiettivo era verificare quante persone avrebbero indicato spontaneamente Ranucci.

Alla formulazione delle domande avrebbero contribuito, su richiesta di Lavitola, anche Stefano Cappellini, attuale direttore di Repubblica e allora vicedirettore, e l’ex direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli. Secondo quanto riportato negli atti, entrambi non sarebbero stati informati del fatto che la rilevazione riguardava una possibile candidatura del conduttore di Report.

Quando ne sarebbe venuto a conoscenza, Cappellini avrebbe espresso forti dubbi, definendo l’operazione «una follia» e sostenendo che Ranucci non avrebbe avuto possibilità di affermarsi in eventuali primarie contro Elly Schlein e Giuseppe Conte.

Per la Procura, la partecipazione del giornalista alla preparazione delle domande dimostrerebbe che l’ipotesi politica fosse almeno oggetto di valutazione. Ranucci, tuttavia, in un messaggio vocale dello stesso periodo avrebbe affermato: «Ranucci mica si candiderà mai».

La rilevazione sarebbe stata rinviata a giugno, dopo i primi arresti collegati all’attentato. La nuova esposizione mediatica del giornalista, infatti, avrebbe potuto alterare i risultati.

Lavitola dopo l’interrogatorio: «Lo avevo quasi convinto»

Neppure l’attenzione degli investigatori avrebbe ridimensionato l’ottimismo di Lavitola. Poco prima di essere interrogato dai carabinieri, l’imprenditore avrebbe chiesto a Ranucci se fosse mai stato nel «corridoio dei presidenti» di Palazzo Chigi.

Alla risposta «ancora no», avrebbe replicato: «Allora aspetta un annetto», scherzando sul fatto che le fotografie dei presidenti del Consiglio vengono esposte soltanto alla fine del loro mandato.

Lavitola è stato interrogato il 4 luglio. Il giorno successivo, parlando al telefono con un’altra persona, avrebbe raccontato di essere stato vicino a convincere il giornalista: «Avevo quasi convinto concretamente questo giornalista a candidarsi come presidente qui in Italia. Stavamo facendo le ricerche e tutto».

Nella stessa conversazione si sarebbe mostrato sicuro delle prospettive elettorali di Ranucci: «Questo non sarebbe una pre-candidatura, sarebbe presidente garantito al centodieci per cento. Da solo prenderebbe il trenta per cento, senza partito, senza nulla».

Sempre dopo l’interrogatorio, Lavitola avrebbe riferito a un altro interlocutore di aver parlato agli stessi investigatori del sondaggio organizzato per «candidare Ranucci presidente del Consiglio del centrosinistra».

Sono queste dichiarazioni, insieme ai messaggi raccolti nel corso dell’indagine, ad aver portato la Procura a individuare nel presunto progetto politico il possibile movente dell’attentato. La ricostruzione resta un’ipotesi accusatoria, sulla quale dovranno pronunciarsi i giudici. Ranucci, al momento, non ha commentato pubblicamente le nuove rivelazioni.

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