Riarmo NATO: 600 miliardi di euro entro il 2035, ma a pagare saranno welfare e clima
Di fronte al nuovo piano di riarmo promosso dalla NATO, l’Europa si prepara a una svolta epocale nelle sue priorità di spesa pubblica. Ma a pagare il prezzo più alto, secondo molti analisti, saranno i servizi sociali e la lotta alla crisi climatica.
Dopo mesi di trattative e pressioni internazionali, i Paesi membri della NATO hanno raggiunto un accordo storico: spendere fino al 5% del proprio PIL in difesa entro il 2035. Un impegno senza precedenti, che trasforma la spesa militare da voce secondaria a pilastro centrale dei bilanci pubblici europei. Per l’Italia, questo significa trovare almeno 6-7 miliardi di euro in più ogni anno per i prossimi dieci anni. E la domanda che aleggia è una sola: **da dove verranno questi soldi?
Attualmente, la spesa militare italiana si attesta sui 35,3 miliardi di euro. L’obiettivo fissato per il 2035 è quasi il triplo: 100 miliardi di euro annui. Un balzo che comporta un incremento progressivo di spesa pari a circa 60-70 miliardi complessivi in dieci anni. Il ministro della Difesa Guido Crosetto e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti hanno annunciato che nel computo rientreranno anche spese finora escluse, come le pensioni militari e, forse, persino le infrastrutture civili a uso duale – come il controverso Ponte sullo Stretto di Messina.
Il piano prevede che il 3,5% del PIL sia destinato alla “difesa pura” – ovvero armamenti, mezzi, personale – e l’1,5% alla sicurezza nazionale in senso lato, che può includere la cybersecurity e le reti infrastrutturali. Una definizione ampia, utile per allargare le maglie del bilancio.
Negli Stati Uniti – già responsabili di oltre il 65% della spesa NATO – l’impatto di questo accordo sarà minimo. Ma per i Paesi europei, e in particolare per quelli con debiti pubblici elevati** come l’Italia, l’impegno si tradurrà in tagli ai servizi sociali o aumenti delle tasse. L’alternativa di indebitarsi per finanziare la spesa militare è politicamente ed economicamente insostenibile. La Commissione europea ha aperto la porta a prestiti comuni per il riarmo, ma anche questa opzione resta delicata. L’Italia non sembra orientata a sforare i vincoli di bilancio e guarda con cautela alla proposta.
Secondo le stime, per arrivare all’obiettivo del 5% del PIL, i Paesi NATO europei dovranno reperire **oltre 600 miliardi di euro in dieci anni. Un’enormità se si considera che, per raggiungere i target climatici e rafforzare il welfare, ne servirebbero “solo” 400-500 miliardi.
Come ha dichiarato Sebastian Mang della New Economics Foundation, “se si trovano centinaia di miliardi per il riarmo, ma si continua a ignorare le emergenze sociali e ambientali, allora il problema è politico, non economico”. Anche Chris Hayes del think tank Common Wealth ha sottolineato che investire sull’energia pulita offrirebbe sicurezza strategica ben più duratura che rafforzare gli arsenali.
Le critiche non si limitano al merito economico. Diversi analisti sottolineano che dirottare risorse pubbliche dalla sanità, dall’istruzione e dalla transizione ecologica verso la difesa, potrebbe erodere la fiducia dei cittadini nelle istituzioni democratiche. E alimentare una percezione di insicurezza sociale e instabilità, soprattutto in un contesto di inflazione e stagnazione dei salari. A livello simbolico, basti il paragone: la scuola pubblica italiana riceve ogni anno circa 79 miliardi di euro. Se il piano NATO andasse in porto, le spese militari finirebbero per superare anche quel budget.
Non tutti, però, hanno accettato l’accordo a cuor leggero. La Spagna di Pedro Sánchez aveva inizialmente minacciato di non firmare, dichiarando di non voler aumentare ulteriormente la spesa militare. Alla fine ha sottoscritto il patto, ma ha già fatto sapere che punta a fermarsi al 2,1% del PIL, ben al di sotto del target del 3,5%. Una scelta che ha provocato l’ira di Donald Trump, che ha minacciato dazi e ritorsioni economiche. Tuttavia, l’accordo prevede una verifica intermedia nel 2029, che potrebbe rivedere gli obiettivi alla luce della situazione geopolitica. Per ora, la Spagna sembra voler tirare dritto con la sua linea prudente.
Dopo mesi di trattative e pressioni internazionali, i Paesi membri della NATO hanno raggiunto un accordo storico: spendere fino al 5% del proprio PIL in difesa entro il 2035. Un impegno senza precedenti, che trasforma la spesa militare da voce secondaria a pilastro centrale dei bilanci pubblici europei. Per l’Italia, questo significa trovare almeno 6-7 miliardi di euro in più ogni anno per i prossimi dieci anni. E la domanda che aleggia è una sola: **da dove verranno questi soldi?
Attualmente, la spesa militare italiana si attesta sui 35,3 miliardi di euro. L’obiettivo fissato per il 2035 è quasi il triplo: 100 miliardi di euro annui. Un balzo che comporta un incremento progressivo di spesa pari a circa 60-70 miliardi complessivi in dieci anni. Il ministro della Difesa Guido Crosetto e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti hanno annunciato che nel computo rientreranno anche spese finora escluse, come le pensioni militari e, forse, persino le infrastrutture civili a uso duale – come il controverso Ponte sullo Stretto di Messina.
Il piano prevede che il 3,5% del PIL sia destinato alla “difesa pura” – ovvero armamenti, mezzi, personale – e l’1,5% alla sicurezza nazionale in senso lato, che può includere la cybersecurity e le reti infrastrutturali. Una definizione ampia, utile per allargare le maglie del bilancio.
Negli Stati Uniti – già responsabili di oltre il 65% della spesa NATO – l’impatto di questo accordo sarà minimo. Ma per i Paesi europei, e in particolare per quelli con debiti pubblici elevati** come l’Italia, l’impegno si tradurrà in tagli ai servizi sociali o aumenti delle tasse. L’alternativa di indebitarsi per finanziare la spesa militare è politicamente ed economicamente insostenibile. La Commissione europea ha aperto la porta a prestiti comuni per il riarmo, ma anche questa opzione resta delicata. L’Italia non sembra orientata a sforare i vincoli di bilancio e guarda con cautela alla proposta.
Secondo le stime, per arrivare all’obiettivo del 5% del PIL, i Paesi NATO europei dovranno reperire **oltre 600 miliardi di euro in dieci anni. Un’enormità se si considera che, per raggiungere i target climatici e rafforzare il welfare, ne servirebbero “solo” 400-500 miliardi.
Come ha dichiarato Sebastian Mang della New Economics Foundation, “se si trovano centinaia di miliardi per il riarmo, ma si continua a ignorare le emergenze sociali e ambientali, allora il problema è politico, non economico”. Anche Chris Hayes del think tank Common Wealth ha sottolineato che investire sull’energia pulita offrirebbe sicurezza strategica ben più duratura che rafforzare gli arsenali.
Le critiche non si limitano al merito economico. Diversi analisti sottolineano che dirottare risorse pubbliche dalla sanità, dall’istruzione e dalla transizione ecologica verso la difesa, potrebbe erodere la fiducia dei cittadini nelle istituzioni democratiche. E alimentare una percezione di insicurezza sociale e instabilità, soprattutto in un contesto di inflazione e stagnazione dei salari. A livello simbolico, basti il paragone: la scuola pubblica italiana riceve ogni anno circa 79 miliardi di euro. Se il piano NATO andasse in porto, le spese militari finirebbero per superare anche quel budget.
Non tutti, però, hanno accettato l’accordo a cuor leggero. La Spagna di Pedro Sánchez aveva inizialmente minacciato di non firmare, dichiarando di non voler aumentare ulteriormente la spesa militare. Alla fine ha sottoscritto il patto, ma ha già fatto sapere che punta a fermarsi al 2,1% del PIL, ben al di sotto del target del 3,5%. Una scelta che ha provocato l’ira di Donald Trump, che ha minacciato dazi e ritorsioni economiche. Tuttavia, l’accordo prevede una verifica intermedia nel 2029, che potrebbe rivedere gli obiettivi alla luce della situazione geopolitica. Per ora, la Spagna sembra voler tirare dritto con la sua linea prudente.

