«La fabbrica delle prostitute», il libro di Giuseppe Carrisi
NAPOLI (di Cristina Cipriani) – In un periodo in cui l’Italia e gli altri paesi dell’Europa stanno discutendo su come gestire i flussi migratori dalle zone in guerra, Carrisi parla di schiavitù e in particolare di donne libiche, romene, nigeriane che con la speranza di una vita migliore in paesi diversi da quelli d’origine sono costrette a vendere il proprio corpo, come se fosse esposto al mercato.
Donne massacrate, stuprate per eliminare il più piccolo istinto di ribellione, prima della partenza verso paesi, definiti moderni e che nel 1948 hanno dichiarato i principi fondamentali per il rispetto della dignità della persona. In realtà, appena arrivate in quella che dovrebbe essere la terra della giustizia, della democrazia e della libertà, sono ridotte in schiavitù, e così per pagarsi il viaggio devono offrire rapporti sessuali.
Di questo tratta l’inchiesta di Giuseppe Carrisi, di un mondo in cui la criminalità organizzata italiana e in particolare nigeriana riesce a stabilire un fittissimo traffico di prostituzione. In maniera molto dettagliata e con un ritmo narrativo mai noioso, l’autore passa in rassegna l’iter che devono affrontare queste future schiave del sesso e lo fa anche attraverso la testimonianza di una ragazza nigeriana di nome Amina, abbandonata dalla madre, mentre il padre aveva preso in moglie due donne, da cui ebbe altri figli, così come dice lei stessa, «sulla carta eravamo una famiglia unita, ma nella realtà le cose andavano diversamente. La prima moglie di mio padre e i suoi figli non mi sopportavano: mi insultavano, mi picchiavano e parlavano sempre male di mia madre».
A tutto ciò si aggiungeva la povertà e la fame che la portava spesso a pensare di andare via da quel mondo che vedeva «intriso di violenza. Stuprato dalla guerra. A cominciare da Benin City, città dai mille volti, segnata da profonde contraddizioni», ma dove soprattutto c’è la maggioranza di nigeriane che finiranno a lavorare sui marciapiedi delle strade italiane e che alimenteranno la “fabbrica italiana di prostitute”. E una di quelle ragazze era proprio Amina che per avere un futuro accettò di andare in Italia, a Napoli, pensando d’imparare il mestiere di parrucchiera. È proprio Amina che racconta dettagliatamente tutte le tappe del suo viaggio tra riti voodo, in cui avrebbe giurato che avrebbe restituito i soldi anticipati per arrivare in Italia, che non avrebbe raggiunto in aereo, ma attraversando il deserto della Libia e imbarcandosi su un gommone. Così, una volta giunta a destinazione e all’alba del giorno dopo l’arrivo, racconta Amina: «la speranza si è tramutata in un nuovo incubo. […] Ero una clandestina in un Paese straniero, non conoscevo nessuno, non parlavo l’italiano, non avevo soldi. Chi altro poteva aiutarmi? Così mi sono ritrovata a fare la prostituta lungo la statale domiziana, a circa un’ ora da Castel Volturno».
Un’inchiesta schietta e rigorosa che deve far aprire gli occhi delle autorità competenti di tutti i paesi coinvolti in traffici illeciti, così da far trionfare la giustizia, ma soprattutto ridare a queste donne la dignità perduta e tornare a fidarsi del genere umano.
