Una piccola vittoria, ma la genitorialità resta divisa in due binari
di Luca Salese
La Legge di Bilancio per il 2026 (art. 1, comma 219 della L. 199/2025) ha esteso il periodo di congedo parentale per i genitori con contratto di lavoro dipendente. Fino al 2025 il congedo era indennizzato entro il 12° anno di vita del figlio per il quale si presentava la richiesta. Con la nuova norma, dal 2026 il periodo di indennizzo potenziale si estende al 14° anno di età, con una durata massima complessiva di 10 mesi. Garanzie leggermente inferiori sono previste anche per i lavoratori autonomi.
E il genitore non lavoratore? Resta a casa a cambiare pannolini, cucinare pappine, accompagnare il bambino a scuola, in palestra, al parco. Facciamo due conti: su 40.880 ore di vita familiare in 14 anni, il genitore lavoratore può fornire assistenza al partner che resta a casa per circa 2.640 ore, cioè appena il 6% del totale, meno di 29 minuti al giorno. Basteranno? Certo, si potrebbero concentrare queste ore negli anni iniziali di vita, per poi ridurle gradualmente man mano che l’infante cresce e diventa indipendente, attorno ai 14 anni d’età…
Guardando all’Europa, emerge chiaramente come l’Italia continui a distinguersi per una forma di congedo parentale legato alla produttività più che all’aspetto assistenziale della figura genitoriale, familiare. Questo lascia il genitore non lavoratore privo di un riconoscimento formale, pur rappresentando la figura cardine nella cura quotidiana del minore. Al contrario, diversi Paesi hanno adottato un approccio universale, in cui il diritto alla cura non è considerato un beneficio legato all’occupazione, ma un valore sociale. Il modello svedese è tra i più avanzati: garantisce 480 giorni di congedo condiviso tra i genitori, retribuito in larga parte fino all’80% dello stipendio e accompagnato da un’indennità minima riconosciuta anche a chi non lavorava prima della nascita del bambino, rendendo la misura realmente inclusiva. Anche l’Islanda adotta una logica simile: 12 mesi totali, sei per ciascun genitore, non trasferibili, con retribuzione all’80% del reddito e un sostegno minimo per chi non ha un passato contributivo continuativo. In entrambi i sistemi il diritto non è condizionato dallo status di lavoratore ma da quello di genitore, restituendo l’immagine di una cultura che riconosce la necessaria dignità dell’impegno nella cura degli altri.
La Germania rappresenta un equilibrio interessante tra sostegno economico e flessibilità. Pur riservando l’Elternzeit ai lavoratori, l’indennità Elterngeld è accessibile anche ai genitori senza lavoro, grazie a un minimo garantito mensile. Ciò significa che, anche in assenza di contratto di lavoro, la cura del minore viene riconosciuta e sostenuta.
Anche la Francia, pur con limiti nella retribuzione, si muove in questa direzione: il sistema prevede indennità per chi riduce o interrompe l’attività, anche per figure con lavori discontinui.
I modelli citati condividono due caratteristiche fondamentali: universalità del sostegno economico e reale condivisione tra genitori. Non si limitano a tutelare la pura funzione produttiva del lavoratore che diventa genitore ma di riconoscere la cura della famiglia come una funzione essenziale per il benessere collettivo.
L’Italia, pur ampliando i mesi indennizzabili fino al 14° anno, compie un passo avanti ma lascia fuori proprio chi svolge la maggior parte del lavoro di cura. Ed è qui che la domanda iniziale ritorna: può bastare il 6% del tempo complessivo per riequilibrare un carico che rimane per il 94% sulle spalle del genitore non lavoratore?
Finché il nostro sistema continuerà a riconoscere la cura genitoriale solo come il modo per rattoppare il vuoto lasciato dal genitore lavoratore, nel tessuto produttivo, la risposta sarà inevitabilmente no.

