Tragedia a Roma, morti Luca, Valentina e la piccola Bianca. Gli amici: «Nessuno deve sentirsi solo»
Una tragedia familiare che ha profondamente scosso il quartiere romano di Pietralata e l’intera città. Luca Abbasciano, 42 anni, Valentina Pambianco e la loro figlia Bianca, di cinque anni, sono stati trovati morti nella camera da letto della loro abitazione. Accanto a loro c’era anche Theo, il cane di famiglia.
La drammatica scoperta è avvenuta intorno alle 13 di lunedì 31 agosto. La donna e la bambina erano sul materasso, mentre l’uomo si trovava a terra. Sulla scena è stata rinvenuta una pistola Glock.
Le indagini sono affidate ai carabinieri della Compagnia di Montesacro, chiamati a ricostruire con esattezza quanto accaduto e a stabilire chi abbia utilizzato l’arma. La disposizione dei corpi farebbe ipotizzare che a sparare sia stato Abbasciano, prima contro i familiari e il cane e poi contro se stesso. Si tratta, tuttavia, di una ricostruzione investigativa ancora da confermare.
Il mistero dell’acquisto della pistola
La Glock era stata acquistata dal quarantaduenne soltanto pochi mesi prima. Abbasciano disponeva di una licenza per la detenzione dell’arma, ma non per il porto.
Una circostanza che ha sorpreso chi lo conosceva. Un vicino di casa lo ha descritto come una persona che non amava le armi ed era contraria alla caccia. Gli investigatori dovranno quindi chiarire quando sia maturata la decisione di acquistare la pistola e se questa fosse già collegata al progetto che avrebbe condotto alla strage.
Ogni conclusione resta al momento prematura e dovrà essere verificata attraverso gli accertamenti balistici, gli esami medico-legali e l’analisi degli altri elementi raccolti nell’abitazione.
Le lettere lasciate ai familiari
Nella casa sarebbero state ritrovate una dozzina di lettere indirizzate a parenti e persone care. Le missive conterrebbero spiegazioni sul gesto e alcune disposizioni testamentarie.
«Scusate, ma non ce la facciamo più» sarebbe il messaggio che emergerebbe dagli scritti. Il loro contenuto completo sarà esaminato dagli inquirenti, anche per comprendere se la decisione sia stata condivisa dalla coppia oppure maturata da uno solo dei due.
Luca e Valentina avevano accolto con entusiasmo la nascita di Bianca, arrivata prematuramente, al settimo mese di gravidanza. La bambina presentava una disabilità molto grave e aveva bisogno di assistenza continua.
I genitori si erano sempre occupati di lei con grande amore, affrontando visite, terapie e percorsi sanitari. Erano seguiti dagli ospedali e dai servizi sociali e avevano costruito legami con altre famiglie che vivevano situazioni simili. Anche i parenti, secondo quanto emerso, erano presenti e non li avevano abbandonati.
Dietro questa rete di relazioni potrebbe però essere rimasta una sofferenza profonda, difficile da riconoscere e condividere. Un peso che, stando alle prime ipotesi, avrebbe avuto un ruolo nella tragedia, senza che ciò possa in alcun modo spiegare o giustificare la morte della bambina.
Il dolore degli amici
A ricordare la famiglia è stata una cara amica, conosciuta durante il percorso affrontato con le rispettive figlie. Le due famiglie avevano trascorso insieme anche alcuni periodi all’estero e avevano continuato a sentirsi regolarmente una volta rientrate in Italia.
«Ci sentivamo spesso con messaggi, videochiamate e telefonate. Mi venivate a prendere alla stazione ogni volta che arrivavo a Roma, anche soltanto per vederci e stare insieme cinque minuti», ha raccontato la donna in un messaggio pubblicato sui social.
L’ultimo contatto con Valentina risaliva al venerdì precedente. Le due amiche avevano parlato di un viaggio che avrebbero voluto organizzare insieme e di una sosta a Madrid, città particolarmente amata dalla donna.
«Ti ho scritto per dirti che eravamo arrivati nella città che tanto ti piaceva, ma a quel messaggio non ho avuto risposta. Non era da voi non rispondere in tempi brevi. Poi ho aperto i social e ho letto la storia di una famiglia dalla fine indescrivibile».
Parole cariche di incredulità e dolore, concluse con un appello rivolto alle istituzioni e alla comunità: «Nessuno deve sentirsi solo quando c’è una disabilità in famiglia».
La tragedia di Pietralata riporta così al centro la necessità di sostenere concretamente le famiglie che si prendono cura di persone con disabilità gravi. Non soltanto attraverso l’assistenza sanitaria, ma anche con aiuti domiciliari, supporto psicologico e servizi capaci di intercettare la stanchezza e il disagio prima che diventino insostenibili.
Le indagini proseguono per chiarire gli ultimi interrogativi e ricostruire ogni passaggio di quanto avvenuto all’interno dell’abitazione. Resta il dolore per quattro vite spezzate e per una vicenda che ha lasciato sgomenti familiari, amici e un’intera città.
La drammatica scoperta è avvenuta intorno alle 13 di lunedì 31 agosto. La donna e la bambina erano sul materasso, mentre l’uomo si trovava a terra. Sulla scena è stata rinvenuta una pistola Glock.
Le indagini sono affidate ai carabinieri della Compagnia di Montesacro, chiamati a ricostruire con esattezza quanto accaduto e a stabilire chi abbia utilizzato l’arma. La disposizione dei corpi farebbe ipotizzare che a sparare sia stato Abbasciano, prima contro i familiari e il cane e poi contro se stesso. Si tratta, tuttavia, di una ricostruzione investigativa ancora da confermare.
Il mistero dell’acquisto della pistola
La Glock era stata acquistata dal quarantaduenne soltanto pochi mesi prima. Abbasciano disponeva di una licenza per la detenzione dell’arma, ma non per il porto.
Una circostanza che ha sorpreso chi lo conosceva. Un vicino di casa lo ha descritto come una persona che non amava le armi ed era contraria alla caccia. Gli investigatori dovranno quindi chiarire quando sia maturata la decisione di acquistare la pistola e se questa fosse già collegata al progetto che avrebbe condotto alla strage.
Ogni conclusione resta al momento prematura e dovrà essere verificata attraverso gli accertamenti balistici, gli esami medico-legali e l’analisi degli altri elementi raccolti nell’abitazione.
Le lettere lasciate ai familiari
Nella casa sarebbero state ritrovate una dozzina di lettere indirizzate a parenti e persone care. Le missive conterrebbero spiegazioni sul gesto e alcune disposizioni testamentarie.
«Scusate, ma non ce la facciamo più» sarebbe il messaggio che emergerebbe dagli scritti. Il loro contenuto completo sarà esaminato dagli inquirenti, anche per comprendere se la decisione sia stata condivisa dalla coppia oppure maturata da uno solo dei due.
Luca e Valentina avevano accolto con entusiasmo la nascita di Bianca, arrivata prematuramente, al settimo mese di gravidanza. La bambina presentava una disabilità molto grave e aveva bisogno di assistenza continua.
I genitori si erano sempre occupati di lei con grande amore, affrontando visite, terapie e percorsi sanitari. Erano seguiti dagli ospedali e dai servizi sociali e avevano costruito legami con altre famiglie che vivevano situazioni simili. Anche i parenti, secondo quanto emerso, erano presenti e non li avevano abbandonati.
Dietro questa rete di relazioni potrebbe però essere rimasta una sofferenza profonda, difficile da riconoscere e condividere. Un peso che, stando alle prime ipotesi, avrebbe avuto un ruolo nella tragedia, senza che ciò possa in alcun modo spiegare o giustificare la morte della bambina.
Il dolore degli amici
A ricordare la famiglia è stata una cara amica, conosciuta durante il percorso affrontato con le rispettive figlie. Le due famiglie avevano trascorso insieme anche alcuni periodi all’estero e avevano continuato a sentirsi regolarmente una volta rientrate in Italia.
«Ci sentivamo spesso con messaggi, videochiamate e telefonate. Mi venivate a prendere alla stazione ogni volta che arrivavo a Roma, anche soltanto per vederci e stare insieme cinque minuti», ha raccontato la donna in un messaggio pubblicato sui social.
L’ultimo contatto con Valentina risaliva al venerdì precedente. Le due amiche avevano parlato di un viaggio che avrebbero voluto organizzare insieme e di una sosta a Madrid, città particolarmente amata dalla donna.
«Ti ho scritto per dirti che eravamo arrivati nella città che tanto ti piaceva, ma a quel messaggio non ho avuto risposta. Non era da voi non rispondere in tempi brevi. Poi ho aperto i social e ho letto la storia di una famiglia dalla fine indescrivibile».
Parole cariche di incredulità e dolore, concluse con un appello rivolto alle istituzioni e alla comunità: «Nessuno deve sentirsi solo quando c’è una disabilità in famiglia».
La tragedia di Pietralata riporta così al centro la necessità di sostenere concretamente le famiglie che si prendono cura di persone con disabilità gravi. Non soltanto attraverso l’assistenza sanitaria, ma anche con aiuti domiciliari, supporto psicologico e servizi capaci di intercettare la stanchezza e il disagio prima che diventino insostenibili.
Le indagini proseguono per chiarire gli ultimi interrogativi e ricostruire ogni passaggio di quanto avvenuto all’interno dell’abitazione. Resta il dolore per quattro vite spezzate e per una vicenda che ha lasciato sgomenti familiari, amici e un’intera città.

