Post intimidatori contro Giorgia Meloni: due condanne a Milano
Due uomini, rispettivamente di 32 e 49 anni, sono stati condannati a tre mesi di reclusione per minaccia aggravata nei confronti della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. La sentenza è stata emessa il 2 marzo 2026 dalla giudice della sesta sezione penale del Tribunale di Milano, al termine di un procedimento legato ad alcuni contenuti pubblicati sui social nell’agosto 2022.
I post e il riferimento storico
Al centro della vicenda vi è un messaggio ritenuto intimidatorio, nel quale gli imputati facevano riferimento alla possibile elezione di Meloni come prima premier donna espressione della destra italiana. Il testo era accompagnato dall’immagine della Renault 4 in cui, il 9 maggio 1978, fu ritrovato il corpo di Aldo Moro, vittima del sequestro e dell’uccisione da parte delle Brigate Rosse durante gli anni di piombo.
Secondo il tribunale, l’accostamento tra la figura politica della leader e quell’episodio storico ha configurato una minaccia concreta, per il suo chiaro valore simbolico e intimidatorio.
Le indagini e la decisione del tribunale
Le indagini, coordinate dal pubblico ministero Alessandro Gobbis e condotte dalla Digos della Polizia di Stato, hanno permesso di risalire agli autori dei post. Nel corso del processo, la presidente del Consiglio si è costituita parte civile, ottenendo una provvisionale immediatamente esecutiva di mille euro per ciascun imputato.
La giudice ha stabilito una pena senza sospensione, ritenendo la gravità del contenuto sufficiente a giustificare una condanna effettiva.
Il ricorso in appello
Le difese dei due imputati hanno già annunciato l’intenzione di presentare ricorso in appello non appena saranno depositate le motivazioni della sentenza, attese entro circa due settimane. I legali puntano a ridimensionare la qualificazione giuridica dei fatti, sostenendo che i contenuti pubblicati non avessero una reale portata minacciosa.
Un caso che riaccende il dibattito
La vicenda riapre il dibattito sul confine tra libertà di espressione e responsabilità penale sui social network, soprattutto quando vengono evocati episodi drammatici della storia italiana. Il riferimento al caso Moro, ancora oggi simbolo di una stagione segnata dal terrorismo politico, continua a rappresentare un elemento di forte impatto emotivo e istituzionale.
I post e il riferimento storico
Al centro della vicenda vi è un messaggio ritenuto intimidatorio, nel quale gli imputati facevano riferimento alla possibile elezione di Meloni come prima premier donna espressione della destra italiana. Il testo era accompagnato dall’immagine della Renault 4 in cui, il 9 maggio 1978, fu ritrovato il corpo di Aldo Moro, vittima del sequestro e dell’uccisione da parte delle Brigate Rosse durante gli anni di piombo.
Secondo il tribunale, l’accostamento tra la figura politica della leader e quell’episodio storico ha configurato una minaccia concreta, per il suo chiaro valore simbolico e intimidatorio.
Le indagini e la decisione del tribunale
Le indagini, coordinate dal pubblico ministero Alessandro Gobbis e condotte dalla Digos della Polizia di Stato, hanno permesso di risalire agli autori dei post. Nel corso del processo, la presidente del Consiglio si è costituita parte civile, ottenendo una provvisionale immediatamente esecutiva di mille euro per ciascun imputato.
La giudice ha stabilito una pena senza sospensione, ritenendo la gravità del contenuto sufficiente a giustificare una condanna effettiva.
Il ricorso in appello
Le difese dei due imputati hanno già annunciato l’intenzione di presentare ricorso in appello non appena saranno depositate le motivazioni della sentenza, attese entro circa due settimane. I legali puntano a ridimensionare la qualificazione giuridica dei fatti, sostenendo che i contenuti pubblicati non avessero una reale portata minacciosa.
Un caso che riaccende il dibattito
La vicenda riapre il dibattito sul confine tra libertà di espressione e responsabilità penale sui social network, soprattutto quando vengono evocati episodi drammatici della storia italiana. Il riferimento al caso Moro, ancora oggi simbolo di una stagione segnata dal terrorismo politico, continua a rappresentare un elemento di forte impatto emotivo e istituzionale.

